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OFAC, Banca Etica e una narrazione dei rischi esagerata

Il caso Autistici/Inventati mostra la forza extraterritoriale delle sanzioni americane. Ma tra il mantenimento di un conto italiano e il blocco dei servizi a 130 mila clienti ci sono molte decisioni, tanti eventi che devono concatenarsi e un livello di probabilità decrescente.

Il 26 agosto 2026 l'Office of Foreign Assets Control (OFAC) del Tesoro statunitense ha inserito Autistici/Inventati (A/I) nella lista degli Specially Designated Nationals, classificandola come Specially Designated Global Terrorist (SDGT). L'amministrazione americana sostiene che l'associazione italiana abbia fornito infrastrutture e servizi digitali a gruppi definiti terroristici o estremisti violenti. Nella scheda OFAC compare inoltre la dicitura «Secondary sanctions risk: section 1(b) of Executive Order 13224».

A/I è cliente di Banca Etica dal 2018. La banca ha dichiarato che il conto aveva avuto fino alla designazione un'operatività regolare e un profilo antiriciclaggio medio. Il 1° settembre ne ha limitato l'operatività, chiedendo indicazioni a MEF, ABI e Assopopolari e acquisendo pareri tecnici. A/I ha confermato che la limitazione è rimasta in vigore in attesa di questi approfondimenti.

La motivazione resa pubblica da Banca Etica è molto forte: mantenere rapporti con A/I potrebbe esporla a «sanzioni secondarie» che, secondo il suo comunicato, implicherebbero «la cessazione di ogni servizio erogato da intermediari statunitensi», con l'impossibilità per tutti i 130 mila clienti e soci di utilizzare carte di credito e debito e di effettuare pagamenti extra-euro, fino a mettere a rischio la sopravvivenza della banca.

Le cose non stanno proprio così. 

Un paper su 22 anni di andamento economico del terzo settore italiano

Durante la XVII Conferenza dell’International Society for Third Sector Research (ISTR), nel panel dedicato a “Nonprofit Revenue and Financial Sustainability”, ho presentato un paper basato su ventidue anni di dati sulle organizzazioni non profit italiane: dai censimenti ufficiali alle rilevazioni annuali dell’Istat, dalle statistiche parziali della Banca d'Italia - Eurosistema alle stime di intere annualità o variabili mancanti.

Sono emerse delle rilevanti evidenze per la struttura economica del terzo settore italiano dal 1999 al 2021 (ultimo anno di censimento disponibile). In estrema sintesi:

- la forte crescita del settore (+75% le entrate in termini reali, a fronte di un Pil cresciuto del 5,6%) si è tradotta in maggiore polarizzazione, con un 5% di grandi enti che gestiscono più dell’80% dell’occupazione e delle risorse;

- esiste una classe media di enti non profit che attraversa una profonda crisi di sostenibilità, con margini operativi negativi e in progressivo peggioramento (comprese le cooperative sociali di tipo A);

- in molti comparti (cultura, ambiente, servizi sociali) i salari reali hanno registrato una contrazione;

- c’è stato uno spostamento di occupazione dal pubblico al non profit, soprattutto nei settori del welfare (sanità e istruzione);

- il credito bancario, dopo il 2010, ha smesso di accompagnare lo sviluppo del non profit e ha ridotto significativamente la propria offerta.

L'intera analisi è condotta su valori deflazionati a prezzi costanti 2021.

Potete leggere il paper per intero qui.

Tre impatti per l’operazione Unicredit-BancoBpm

Il prezzo delle azioni Unicredit è passato da 14 a 24 euro nel corso del 2023 (+71%) e, arrivato ai 36 euro attuali (+157%), ci si può permettere una proposta “carta contro carta” per prendersi BancoBPM, quattro volte più piccola. Così si spiega l’offerta pubblica di scambio lanciata in questi giorni da Andrea Orcel (amministratore delegato di Unicredit). 

Gran parte delle analisi oggi si soffermano sulle implicazioni di valore (o meno) per gli azionisti, mentre la geopolitica dell’operazione, in Italia ed Europa, è stata ben sintetizzata da Alessandro Volpi. Ma quali potranno essere i suoi effetti di carattere generale? Per il momento, almeno tre distinte famiglie di impatti meritano di essere evidenziate: per l’economia italiana, per la finanza cooperativa e, un po’ a sorpresa, per la finanza etica.

Il 5 per mille e la finanza etica per rilanciare il Terzo Settore

Il Terzo Settore non vive anni facili. Dopo la massiccia fase di normalizzazione dei due decenni a cavallo del cambio di millennio, dopo le conseguenze della crisi finanziaria iniziata nel 2011 con i suoi pesanti effetti su società, economia reale e conti pubblici, dunque sulla domanda che tanto ne aveva sollecitato la crescita, è arrivata la pandemia. 

Nuove regole per il microcredito

Lo stato di difficoltà economica che attualmente vivono imprese e persone rappresenta un’emergenza sociale. La pandemia ha aggravato situazioni individuali o settoriali da anni in progressivo deterioramento. Uno dei fattori cruciali in tale quadro è rappresentato dal credito. O meglio dalla sua mancanza: continua ad aumentare la difficoltà di accesso ai prestiti bancari per imprese e persone. 

L’ultimo studio di Banca Etica in materia evidenzia che il livello di inclusione finanziaria in Italia è di circa 4 punti percentuali al di sotto di quello osservato nel 2012 (e i dati ancora non tengono conto dell’effetto Covid-19). Negli ultimi dieci anni, ammonta a 260 miliardi di euro la riduzione del credito alle imprese, più dell’intero pacchetto di NextGeneration Italia.

A Genova c’ero anch’io (per fortuna)

Genova 2001. Io c’ero. E forse basta così. Non so aggiungere granché a ciò che lucidamente hanno già scritto in tanti: Lorenzo Guadagnucci sulla cronaca e la verità ancora mancante; Alessandro Leogrande sul seme mai germogliato; Giulio Marcon sulle lezioni di quel movimento e le paure di chi lo ha bloccato; Luca Martinelli sui mille percorsi che portarono a quelle strade; Giulia Testa sull’importanza di Genova per chi non c’era o non era nato. Solo per citarne alcuni.

Si scrive su quelle giornate per sete di giustizia, per uscire dalla solitudine del trauma, per condividere e dare piena credibilità ai racconti che per anni - ai più - sono sembrati impossibili o inverosimili.

Quale finanza per una vera transizione ecologica

Già oltre 50 anni fa, guidato da sensibilità artistica e fine intelletto, Pier Paolo Pasolini proponeva la necessità di distinguere tra progresso e sviluppo. Lo seguirono poco dopo gli scienziati del Club di Roma, mostrando per la prima volta al mondo i limiti del dogma della crescita economica. Passato un quarto di secolo, Wolfgang Sachs e il Wuppertal Institute rappresentarono al meglio tutte le interazioni tra mercati, scelte degli Stati, stili di vita individuali e i loro effetti in termini di carico sulle risorse naturali, di impronta ecologica, di conseguenze sociali ed economiche. In tanti poi, studiosi, attivisti, divulgatori, di diverse discipline, hanno fornito il loro contributo: da Herman Daily a Lester Brown, da Vandana Shiva a Saskia Sassen, per citarne alcuni. Cinque decenni di un messaggio chiaro: occorre ridefinire il modello estrattivo di produzione e scambio per impostarne uno rigenerativo, equilibrato, giusto nel presente e nel futuro, verso le prossime generazioni. 

Auguri per un 2021 senza paura e fuori dagli schemi

Nel 2020 sarà capitato anche a voi di provare una sensazione di accerchiamento. Una spiacevole impressione di minaccia alle porte. E’ fisiologico, normale, psicologico e biologico: l’essere umano nella difficoltà ritrova i suoi istinti di sopravvivenza, che servono a proteggerci.

Non bisogna averne paura, ma esserne consapevoli. Può essere una risorsa formidabile, questa sensazione da accerchiamento, e favorire reazioni virtuose. Ricordate quel villaggio gallico che, unico di fronte all’esercito invasore dei romani, riesce a tenergli testa grazie alla coesione, alla creatività e alla cocciutaggine dei suoi abitanti?

Ecco, è un bell’esempio di come possiamo e dobbiamo reagire in questi mesi così eccezionali.

L'inclusione finanziaria in Spagna


Negli ultimi anni, in Spagna, il credito erogato dalle banche è sempre stato al di sotto del potenziale implicito nell’economia reale. Il fenomeno è simile a quanto osservato in Italia, dove il rapporto tra debito del settore privato e Pil è passato dal 125 per cento degli anni 2008-2011 al 108 di fine 2019 (-14%): in Spagna lo stesso indice, nello stesso arco di tempo, è sceso dal 225 al 150 per cento (-34%).[1] 

“Con che cosa salverete il mondo, quale via percorribile avete scoperto per esso, voi, gente di scienza con le vostre industrie, le vostre associazioni, i vostri salari e tutto il resto? Con che cosa? Con il credito? Che cos’è questo credito? A che cosa conduce il vostro credito?”

dalla tirata di Lebedev in L’idiota (Parte terza, IV)

Fedor Dostoevskij 



Il credito è fattore di sviluppo, delle persone, delle imprese e dei sistemi economici. In un’economia sana, il credito è efficiente, redistribuisce i saldi finanziari, favorisce opportunità per chi ha potenziale immateriale (competenze, capacità produttiva, talento, buone idee) ma non sufficienti risorse.

Banca Etica presenta il "Rapporto sull’inclusione finanziaria: per un’economia da ricostruire"

Aumenta la difficoltà di accesso al credito e ai servizi bancari per imprese e persone. Il livello di inclusione finanziaria in Italia è di circa 4 punti percentuali al di sotto di quello osservato nel 2012. È quanto emerge dalla nuova edizione del Rapporto sull’inclusione finanziaria curato da Banca Etica, che verrà presentato il 3 dicembre in un evento online moderato dal direttore di Domani, Stefano Feltri, con la partecipazione di Lucia Schiona e Alessandro Messina (Banca Etica), Vittorio Pelligra (docente di Economia all’Università di Cagliari), Marco De Guzzis (amministratore delegato di Sardex). La ricerca sarà scaricabile dal sito di Banca Etica subito dopo la presentazione.

Una nuova finanza è possibile (e già esiste)

Prologo (o del cattivo banchiere)

Nel 1521 ad Augusta, sud della Germania, sorse il primo insediamento al mondo di ciò che oggi chiameremmo social housing o edilizia popolare. Il centro abitativo, denominato “Fuggerei”, è ancora funzionante, è diventato nel frattempo rinomata meta turistica, ospita circa 150 nuclei familiari e nei secoli vi hanno vissuto decine di migliaia di persone (tra le quali anche Franz Mozart, bisnonno di Wolfgang Amadeus). Jacob Fugger, da molti considerato il più ricco e potente banchiere di tutti i tempi (dopo di lui Rockefeller e Carnegie), lo finanziò interamente con proprie risorse, nel malcelato tentativo di mitigare la rabbia sociale montante nei confronti suoi e dell’intero sistema di potere dell’epoca. Uno dei business più odiosi di Fugger, infatti, era il finanziamento delle compravendite di indulgenze e cariche ecclesiastiche e ciò lo aveva reso particolare bersaglio delle invettive di Martin Lutero e altri riformatori del tempo.

Come e perché la finanza etica cresce in Italia

Sabato 16 maggio si è svolta l’Assemblea annuale di Banca Etica. Totalmente online, con possibilità di voto a distanza (a partire da una settimana di anticipo) e numerosi webinar preparatori. Ha visto la partecipazione di 3 mila persone, in rappresentanza di oltre 3.300 soci della cooperativa (l’8% degli aventi diritto), per il 90% persone fisiche, per il 37% donne, per il 20% dalla Spagna (dove Banca Etica opera dal 2014).

Tempo di MacroCredito

La confusione regna nel nome del microcredito. Che non è beneficenza, altrimenti non può riprodurre i suoi effetti nel tempo. E che non è (solo) credito alle imprese, che invece dovrebbe essere il tipico lavoro delle banche.

Ma la grancassa mediatica della finanza sostenibile, che tutto prende, storpia e trasforma, per omologare cose molto diverse ai peggiori cliché di mercato, ha da tempo aggiunto al suo sapiente maquillage anche la nobile idea del piccolo credito di inclusione. Mentre la riforma del Testo unico bancario, che con l’articolo 111 avrebbe dovuto favorire lo sviluppo di operatori alternativi a quelli bancari, più attenti alla finanza di relazione e con modelli di intervento adeguati a superare le strettoie di Basilea 2 e dintorni, ha evidentemente fallito. 

La finanza globale balla sul Titanic

La finanza è malata da tempo. La crisi iniziata nel 2007, vent’anni dopo il Gordon Gekko di Oliver Stone (o, se preferite, 21 dopo il John Gray di Adrian Lyne), non ha prodotto significativi cambiamenti. Il Wall Street Journal, non Sbilanciamoci!, ha dedicato nel 2018 una efficace infografica ai problemi irrisolti a un decennio dalla grande crisi: dalla concentrazione del mercato alla remunerazione dei manager, dalle cosiddette porte girevoli (tra banche e vigilanza, tra vigilanza e banche) alla finanziarizzazione sempre più profonda dell’economia reale (ad esempio il mercato Usa degli immobili in affitto).

Una pensione capace di futuro

Il futuro che ci aspetta dipende dalle scelte che faremo. Vale per la epocale e globale questione ambientale, per le diseguaglianze sociali, e vale anche per la nazionale e relativamente più piccola (ma spinosa) questione previdenziale. Entrambe, in qualche modo, ci interrogano rispetto alla visione e alla coerenza che sapremo mettere in campo nell’investire le risorse di oggi.
Affrontando insieme questi temi, disegnando un unico organico approccio ai rapporti intergenerazionali e al futuro da costruire, previdenza e capacità di sopravvivenza del pianeta (e dei legami sociali) si scoprono perciò intimamente connesse.

Le banche cambiano, cambiamo le banche!


“Faccio soldi coi soldi”, dice un sornione John Gray alla bella Elizabeth McGraw, che di lui comincia ad innamorarsi. Siamo nel 1986 e questo è il massimo di accento critico alla finanza che troverete in Nove settimane e mezzo, film di Adrian Lyne che fece parlare molto di sé, per altre ragioni. Hollywood, come sempre accade, cominciava a registrare quello che stava cambiando nella società americana.

Negli anni ‘80, infatti, la finanza inizia la sua scalata al capitalismo, alleandosi con la tecnologia (in quegli anni cominciano le prime applicazioni dell’informatica al trading) e cavalcando le nuove emergenti visioni della società che una politica orfana delle vecchie certezze ideologiche comincia ad abbracciare: dal thatcherismo in Europa all’euforia da fine della storia negli States.

Un vero Green New Deal passa per la finanza

Lo stato della finanza
Il Wall Street Journal, non il blog di una cricca radical, ha dedicato nel 2018 un’efficace infografica allo stato della finanza a dieci anni dalla grande crisi, per evidenziare quanto ancora profondi siano alcuni problemi cruciali: dalla concentrazione del mercato alla remunerazione dei manager, dalle cosiddette porte girevoli (tra banche e vigilanza, tra vigilanza e banche) alla finanziarizzazione sempre più profonda dell’economia reale (es. il mercato Usa degli immobili in affitto). Lo trovate qui.

I blockchain in nome di una finanza etica

La Banca Mondiale stima che, nel 2017, il 69% della popolazione globale, pari a 3,8 miliardi di persone, aveva un conto presso un’istituzione finanziaria o un provider di servizi mobile. Con un aumento di 7 punti percentuali dal 2014. In questo periodo, più di mezzo miliardo di persone ha aperto un conto, spesso via telefono cellulare. Solo in Africa, tra il 2014 e il 2017, sono stati più di 70 milioni di adulti.

Dal blockchain alla finanza etica

Il mondo delle criptovalute, dalla antesignana Bitcoin al possibile, ma non probabile, lancio di Libra da parte di Zuckerberg, e le comunità della blockchain. Quale sarà il loro sviluppo, l’ impatto sulle banche e che tipo di opportunità possono rappresentare.
Articolo apparso su Sbilanciamoci.info in data 1 luglio 2019

DLT, blockchain e Bitcoin
Come tutte le innovazioni, e in particolare quelle che nascono dal basso, anche la Distributed Ledger Technology (DLT, tecnologia dei registri distribuiti, o diffusi), di cui la blockchain è specifica declinazione, ha un grande potenziale libertario di (i) democratizzazione e (ii) redistribuzione del potere, nel caso specifico con riferimento alle modalità di accesso al web, ai suoi mercati, alle transazioni che – sempre più copiose – esso ospita e determina.
In estrema sintesi e semplificazione, la tecnologia blockchain consente di dare certezza, sicurezza, controllo diffuso allo scambio di informazioni che girano sul web, generando così un sistema autogestito, in cui chiunque in teoria può entrare, che non necessita di autorità – pubbliche o private – delegate a supervisionarne processi e modalità di funzionamento.
Il mondo si è accorto dieci anni fa di questa concreta applicazione ai processi digitali dell’utopia anarchica, con la nascita del Bitcoin, criptovaluta che è parte integrante (la più famosa e rilevante, tra le molte) della logica blockchain. E subito dopo si è trovato ad interrogarsi se, come già accaduto in passato per altrettanto ottime idee dalle altrettanto ottime intenzioni, non si stia mettendo tale dirompente potenziale al servizio solo (o soprattutto) di loschi traffici e oscure community.
Il Bitcoin è un vero e proprio asset digitale non replicabile, un “nuovo oro” dice qualcuno con molta enfasi, che corre parallelo ai circuiti economici ufficiali, ed è così inevitabile che eserciti potente forza di attrazione su chi – al meglio – è alla ricerca di facili e veloci profitti e – al peggio – si mescola con attività illegali o criminali.
Ma le criptovalute sono anche molto di più: 35 milioni di utenti unici (e verificati) non possono essere tutti speculatori o parte di una gang del narcotraffico…
I dubbi (e le preoccupazioni) delle autorità
Non è questa la sede per approfondire se e quando (e quanto) le criptovalute potranno diventare vera e propria moneta. Al di là della bolla mediatica prodotta da Libra, il progetto di Facebook, di cui tanto ancora si deve comprendere, sono molti i dubbi sulla natura di questi strumenti, di tipo funzionale prima ancora che giuridico. Secondo un recente studio di Banca d’Italia1:
  • non soddisfano la definizione di attività finanziaria in quanto non forniscono, ad esempio, al possessore un diritto contrattuale a ricevere disponibilità liquide o un’altra attività finanziaria da un’altra entità;
  • l’elevata volatilità di prezzo non le rende equivalenti alle attività liquide simili a “moneta”;
  • quelle convertibili a tasso di cambio fluttuante non hanno le caratteristiche della moneta legale (“fiat money”), in primo luogo il potere liberatorio.
Tali considerazioni non hanno comunque impedito al Comitato di Basilea, recentemente, di inserire le cripto-valute tra le informazioni che le banche devono monitorare e presidiare nell’ambito dei rischi di mercato, di credito, di controparte e di liquidità2.
Dalle criptovalute agli smart contract
Dopo pochi anni dall’arrivo del Bitcoin nasce Ethereum, declinazione ben più ampia delle potenzialità delle DLT. Ethereum, infatti, non solo ha una sua criptovaluta (che si chiama Ether) ma a differenza del “banale” processo sottostante i Bitcoin, rappresenta anche un vero e proprio ambiente virtuale o convenzionale, una piattaforma di scambio da cui possono generarsi (e appunto essere transati) pacchetti di dati criptati (chiamati token), non modificabili, personalizzabili, scambiabili all’interno di sotto insiemi o sotto ambienti programmati per gli usi più diversi, i c.d. DAPPS (decentralized applications).
Questa architettura costituisce la base su cui costruire e far sviluppare gli smart-contract, ossia sistemi del tutto digitali e massimamente affidabili di scambio e negoziazione: se tutto andrà secondo le previsioni dei più fiduciosi, ciò decreterà la fine dei notai, dei catasti, delle anagrafe pubbliche e…tanto altro3.
L’esplosione delle ICO
La storia di Ethereum è emblematica del mondo blockchain anche per come nasce e si finanzia: attraverso una Initial Coin Offering (c.d. ICO) sono stati raccolti in modalità crowd – ossia in modo del tutto libero e distribuito sul web – circa 18,5 milioni di dollari (espressi in Bitcoin: 31.500 alla quotazione del settembre 2014), che hanno consentito tra 2014 e 2015 di coprirne i costi di sviluppo.
Oggi le ICO sono un processo ordinario di finanziamento di progetti di sviluppo in ambito blockchain, laddove sintetizzano i meccanismi di rappresentazione (prima) e accumulazione (dopo) del valore (potenziale o attuale) dell’iniziativa, mentre per quanto detto il meccanismo transazioniale è costituito dai token, e la “contabilità” di tutto è (appunto) la blockchain, o DLT. Ogni giorno vi è qualche ICO aperta, per i fini più disparati: giochi, sanità, sistemi di pagamento, investimenti, monete alternative, ecc4.
Consumo energetico e governance dietro le DLT
Non va sottovalutato il tema “energetico” connesso a tutto il funzionamento delle “catene” dei singoli algoritmi che determinano i “blocchi” crittografati5. Secondo un recente studio dell’Università di Cambridge, il consumo energetico annuo collegato a blockchain e criptovalute è tra 52 e 111 TWh, considerando che 82TWh è l’equivalente del consumo energetico del Belgio e rappresenta meno dello 0,01% del consumo energetico globale annuo6.
Nessuno ha mai fatto un calcolo di tale saldo saldo al netto dell’energia liberata: basti pensare alla carta non stampata, al mancato spostamento fisico di cose e persone, alla maggiore efficienza di ogni transazione a livello globale.
La valutazione del tutto intuitiva – e che pertanto lascia il tempo che trova – di chi scrive è che tale saldo possa essere positivo per l’umanità e il pianeta.
Vero è che l’impatto del processo computazionale, sempre più dispendioso col crescere del network globale di funzionamento della blockchain, sembra porre invece temi rilevanti in termini di governance. Infatti, il crescente costo delle attività di calcolo (l’estrazione di dati) ha portato alla nascita di forme di “cartelli” (pool) tra operatori, al fine di raggiungere economie di scala, così da determinare il rischio che pochi soggetti a livello globale ne detengano una rilevante quota, cosa che sarebbe in palese contrasto con la stessa filosofia alla base di ogni DLT. Secondo il citato studio della Università di Cambridge, però, tale eventualità appare sopravvalutata e l’attività di estrazione (mining) è in realtà meno concentrata di quanto percepito.
La scelta di Facebook di porre la propria criptovaluta in mano ad un trust nonprofit pare voler rispondere proprio a questo tipo di preoccupazioni, più che legittime se invece di un cartello di anonimi miners ci si trova davanti ad una delle aziende più potenti del mondo, ma rischia di non essere sufficiente a rassicurare le autorità mondiali, oltre che certamente scontentare le community blockchain per la chiara (e un po’ arrogante) violazione della visione sociale sottostante le DLT7.
L’impatto sulla finanza
L’impatto della tecnologia DLT sarà evidentemente significativo per il mondo delle banche e della finanza, e si inserisce in una fase storica in cui già, dopo la grande crisi finanziaria globale del 2008, tutta l’industria bancaria è fortemente ingaggiata in un permanente cambio di paradigmi organizzativi e tecnologici. Chiudono le filiali, si globalizzano i mercati, si moltiplicano le forme di interazione a distanza con il cliente, nuovi player iper-specializzati entrano nel mercato, offrendo sub-segmenti di servizi un tempo tipici delle banche (i pagamenti, gli investimenti, il credito, o loro ancora più specifiche declinazioni).
Il caso dell’Italia è emblematico.
Le banche della penisola hanno speso nel corso del 2017 (ultimo anno disponibile) circa 4,5 miliardi di euro per investimenti e ammortamenti in ambito tecnologico. Si tratta di una spesa fortemente in crescita (+5,7% su base annua).8
Esaminando la ripartizione di tali costi per aree funzionali, si nota che circa la metà (46,9%) è assorbita dai processi di Operations, a conferma di quanto rilevato per i precedenti esercizi, in ulteriore lieve crescita; seguono i Processi di supporto (23%) e i Processi di marketing, commerciali e customer service (20,2%) e i Processi di governo (9,9%).
Ne consegue che oggi le banche italiane spendono più di 2 miliardi di euro l’anno (ossia più dello 0,1% del Prodotto interno lordo) per garantire le loro funzionalità basiche: bonifici, finanziamenti, gestione conti correnti, ecc.
Proprio questo appare il principale spazio di (potenziale) intersezione tra le esigenze crescenti di ridurre tali costi, nella necessità di accrescere la marginalità sempre più ridotta dalla curva piatta dei tassi (e dalla feroce concorrenza), e le opzioni di sperimentazione nell’ambito blockchain da parte dell’industria bancaria.
Alcuni tra i più grandi operatori di mercato hanno previsto (ormai 3 anni fa) le prime sperimentazioni in 2-3 anni (in ambiti semplici e bilaterali, come i pagamenti internazionali), dopo altri 5 anni i primi casi più complessi (con più attori, come la finanza) ed entro i 10 successivi una operatività quasi piena (o almeno potenzialmente tale) basata su tecnologie blockchain9.
Considerata la velocità con cui negli ultimi anni le tecnologie si sono affermate, c’è da scommettere che se il blockchain avrà un futuro nell’industria bancaria, sarà con tempi più rapidi di questi. E sarà su scala globale.
Le opportunità per un mercato dei servizi bancari più plurale
Difficile fare previsioni. La fase è veramente dirompente. E ricca di opportunità.
Per il miglioramento dei servizi, una più ampia accessibilità dell’offerta, la sicurezza delle transazioni, per l’intero mercato.
Ma anche per un particolare aspetto di rilievo, significativo ai fini del pluralismo delle forme e della concorrenza bancaria. Si tratta del contenimento degli oligopoli informatici. Infatti, il peso crescente delle nuove tecnologie, come visto, condiziona ogni scelta strategica e operativa delle banche. Avere il controllo della leva tecnologica è dunque cruciale per mantenere autonomia progettuale e capacità competitiva in mercati sempre più rapidi e interconnessi.
Per le piccole banche questo significa spesso essere tagliate fuori dalle principali opportunità, perché costrette a contare su outsourcer molto più grandi di loro, che impongono tempi e condizioni dello sviluppo (e a volte sono anche in conflitto di interesse perché controllati o influenzati da banche concorrenti).
Ciò vale a livello paese (banche locali che tendono a sparire) e a livello internazionale (reti di banche che tendono a consolidarsi).
Per quanto concerne l’Italia basti pensare a quanto angusti siano in prospettiva gli spazi di mercato tra riforma del credito cooperativo (300 operatori ridotti a…3), crisi del modello di banca popolare (fallimento delle venete, Etruria, la crisi di Bari….e obbligo normativo di trasformazione in Spa per quelle con attivo superiore a 8 miliardi, che continuerà a portare a fusioni e concentrazioni “di diritto”), cattiva gestione di alcune vecchie banche pubbliche ora con poca o nulla prospettiva (dal Monte Paschi di Siena alla Cassa di risparmio di Genova).
Il tema, come è ovvio (o dovrebbe essere) data la natura del credito, non riguarda solo le banche come imprese, ma coinvolge seriamente prospettive di sviluppo del paese e capacità di gestire in modo efficace il risparmio delle famiglie.
Gli studi di Banca Etica registrano già oggi la vasta area di esclusione finanziaria che affligge l’Italia (in rapporto agli altri europei) e, al suo interno, molte regioni e territori10. Le citate dinamiche di grande concentrazione del settore, che vanno a colpire proprio le banche più prossime ai territori e alle fasce di clientela più vulnerabili (che attraversano ormai tutto il corpo sociale e imprenditoriale), portando alla riduzione del loro presidio diretto, potrebbero esasperare ulteriormente il problema dell’accesso ai servizi finanziari e in particolare al credito.
Il potenziale delle nuove tecnologie in tal senso sarà fondamentale. E potrà giocare un ruolo mitigante o accelerante tali squilibri. Si pensi al caso delle rimesse, i cui costi sono ancora incredibilmente alti nonostante le tante dirompenti innovazioni tecnologiche degli ultimi anni. Bisogna trovare il modo, efficiente e sicuro, di utilizzare le DLT per offrire servizi a basso costo a chiunque voglia trasferire denaro nel mondo11.
Dal punto di vista della finanza etica, perciò, è evidente che la partita si giocherà nello scontro tra i big della tecnologia globale (Google, Amazon, Facebook, ecc.) e le nuove forme di pluralismo e proprietà distribuita dei mezzi di produzione, gestione, e trasferimento delle informazioni. Ad oggi, le DLT rappresentano la principale speranza, per quanto ancora utopistica e vulnerabile, perché le cose vadano nella giusta direzione.
Come sempre, nelle innovazioni che nascono dal basso, occorrerà unire le forze – sociali, cooperative, liberali – per ottenere risultati apprezzabili.
1  Aspetti economici e regolamentari delle «cripto-attività», Andrea Caponera e Carlo Gola, QEF della Banca d’Italia, numero 484, marzo 2019:
2  Instruction for Basel III monitoring, Basel Committee on Banking Supervision, febbraio 2019.
Distributed ledger technology in payment, clearing and settlement, Committee on Payments and Market Infrastructures, Bank for International Settlements, febbraio 2017, https://www.bis.org/cpmi/publ/d157.pdf.
3  Per una panoramica del mondo Ethereum può essere utile l’omonima pagina di Wikipedia (https://it.m.wikipedia.org/wiki/Ethereum), mentre chi vuole approfondire può consultare la vasta e ben fatta guida disponibile in blockgeeks: https://blockgeeks.com/guides/ethereum-token/.
4  Si rimanda nuovamente a Wikipedia per una definizione di ICO:https://it.m.wikipedia.org/wiki/Initial_coin_offering. Mentre per seguirne il “mercato” si consiglia, tra i tanti, questo portale: https://www.icotokennews.com.
5  Tra i tanti articoli che affrontano il punto, si veda questo di Andrea Baranes: https://valori.it/bitcoin-la-bolla-finanziaria-problema-minore/.
6  2nd Global Cryptoasset Benchmarking Study, Cambridge Centre for Alternative Finance, University of Cambridge, dicembre 2018:
7  Tra le letture più cupe del progetto Libra vi è quella dell’Economist, addirittura giunto ad ipotizzare che potrebbe essere questa l’iniziativa fatale per Mark Zuckerberg: Coin flip, 20 giugno 2019:https://www.economist.com/business/2019/06/20/facebook-wants-to-create-a-worldwide-digital-currency.
8  Dati tratti dal rapporto CIPA-ABI, Rilevazione sull’IT nel sistema bancario italiano. Profili economici e organizzativi. Esercizio 2017, dicembre 2018:
9  Si vedano gli atti al convegno della Banca d’Italia “La tecnologia blockchain: nuove prospettive per i mercati finanziari” del giugno 2016:
10  L’esclusione finanziaria in Italia: dinamica e determinanti del fenomeno nel periodo 2012-2016, Studio a cura di Banca Etica, novembre 2018:
11  Esistono già delle sperimentazioni, che sorprendentemente non “scalano” come ci si attenderebbe. Cfr. tra gli altri Paolo Tasca, Beyond Digital Currencies Alternative Blockchain Applications, giugno 2016:https://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/altri-atti-convegni/2016-tecnologia-blockchain/Pres_Univ_Tasca_pdf.pdf.