Rilanciare un nuovo modello di crescita attraverso la finanza d’impatto, ovvero la finanza al servizio dello sviluppo sostenibile e della giustizia sociale. Il Credito Cooperativo è nella task force creata dal G8 per definire le misure necessarie a sviluppare questo mercato emergente.
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La finanza d'impatto cresce. Ma non confondetela con l’innovazione sociale
Cresce la finanza d'impatto, intesa come quell'insieme di investimenti che si preoccupano anche dei ritorni sociali e ambientali oltre che di quelli finanziari. Secondo l'ultimo report pubblicato dal Global Impact Investing Network (GIIN) ammontano a 46 mld di dollari gli asset impiegati a fine 2013 e si prevede una crescita di circa il 20% durante il 2014.
Finanza d'impatto: tutti la vogliono. Ma c'è davvero da fidarsi?
Si
parla molto di finanza d’impatto, o impact finance, come quegli
investimenti mossi dalla “intenzione di generare risultati misurabili, di tipo
sociale e ambientale, insieme ad un ritorno di tipo finanziario” (thegiin.org).
Per qualcuno si tratta del volano decisivo per l'innovazione sociale, per altri
del tentativo subdolo della grande finanza di appropriarsi di mercati che dovrebbero
essere pubblici, dal welfare alle energie.
L’innovazione prende la strada del low profit
E’ di attualità
in Europa il concetto di “social business”, cui la Commissione europea dedica
una specifica iniziativa,
intuendo che da qui possa arrivare un contributo trainante per la ripresa
(anche) del Pil comunitario. Va detto subito a scanso di equivoci che l’“impresa
sociale” di Bruxelles è diversa da quanto disciplinato in Italia con il decreto
155 del 2006. Due le principali differenze: guardare al processo produttivo più
che a specifiche forme societarie o ambiti di intervento; nessun tabù sulla
distribuzione degli utili. Proprio le due lacune per cui, a modesto parere di
chi scrive, la legge sull’impresa sociale in Italia può considerarsi un
fallimento.
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