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La finanza d'impatto nei paesi del Mediterraneo

In questo articolo, scritto con Luigi Gioja, sono stati studiati i fattori da considerare come presupposto degli investimenti ad impatto in dieci paesi che si affacciano sul Mediterraneo: Albania, Algeria, Egitto, Grecia, Israele, Italia, Marocco, Spagna, Tunisia, Turchia. 

Il paper mappa così l’incrocio tra risorse pubbliche e private, disegna la traiettoria intrapresa nell’ultimo decennio dai principali ambiti di impatto (istruzione, sanità, emissioni di CO2, inclusione sociale e inclusione finanziaria, microfinanza, ecc.), misura robustezza e consistenza dei mercati finanziari e valuta la qualità degli ecosistemi ai fini dello sviluppo di strumenti “impact”.

Non ne emerge un quadro positivo, almeno non all’altezza delle aspettative generate proprio un decennio fa dall’affermarsi del movimento (molto istituzionale, poco sociale) dell’ “impact finance”. Tra gli spunti positivi: fondi pubblici-privati, crowdfunding civico, strumenti ibridi, riforme normative e nuove reti nazionali per l’investimento a impatto.

Si può leggere il paper (in inglese) qui.

Soldi per niente

Il mondo galleggia sopra tanti soldi. Mai nella storia, da oriente ad occidente, soprattutto nell’emisfero settentrionale, il livello di risorse finanziarie disponibili è stato così alto.


Il debito globale, calcolato tenendo assieme quello dei governi, delle imprese e delle persone (o famiglie), è arrivato a pesare il 260% del Prodotto interno lordo (Pil) mondiale. Era al 100% nel 1970: per ogni euro (o dollaro) di produzione di beni e servizi, c’era una quantità equivalente di indebitamento; oggi è oltre due volte e mezza. In termini assoluti parliamo di circa 166 trilioni di dollari di debito mondiale, ossia 145 mila miliardi di euro.

Una nuova finanza è possibile (e già esiste)

Prologo (o del cattivo banchiere)

Nel 1521 ad Augusta, sud della Germania, sorse il primo insediamento al mondo di ciò che oggi chiameremmo social housing o edilizia popolare. Il centro abitativo, denominato “Fuggerei”, è ancora funzionante, è diventato nel frattempo rinomata meta turistica, ospita circa 150 nuclei familiari e nei secoli vi hanno vissuto decine di migliaia di persone (tra le quali anche Franz Mozart, bisnonno di Wolfgang Amadeus). Jacob Fugger, da molti considerato il più ricco e potente banchiere di tutti i tempi (dopo di lui Rockefeller e Carnegie), lo finanziò interamente con proprie risorse, nel malcelato tentativo di mitigare la rabbia sociale montante nei confronti suoi e dell’intero sistema di potere dell’epoca. Uno dei business più odiosi di Fugger, infatti, era il finanziamento delle compravendite di indulgenze e cariche ecclesiastiche e ciò lo aveva reso particolare bersaglio delle invettive di Martin Lutero e altri riformatori del tempo.

Un vero Green New Deal passa per la finanza

Lo stato della finanza
Il Wall Street Journal, non il blog di una cricca radical, ha dedicato nel 2018 un’efficace infografica allo stato della finanza a dieci anni dalla grande crisi, per evidenziare quanto ancora profondi siano alcuni problemi cruciali: dalla concentrazione del mercato alla remunerazione dei manager, dalle cosiddette porte girevoli (tra banche e vigilanza, tra vigilanza e banche) alla finanziarizzazione sempre più profonda dell’economia reale (es. il mercato Usa degli immobili in affitto). Lo trovate qui.

Commento all’appello per “Una nuova finanza pubblica”

Ho letto con interesse e apprezzato l’appello lanciato da alcune importanti organizzazioni per una nuova finanza pubblica (lo trovate qui). Lo spirito dell’appello va senza dubbio condiviso, in questi tempi caratterizzati da un degrado senza precedenti dell’etica pubblica, che toglie prospettive e visione ad una politica che voglia essere al servizio della collettività. Serve alzare la testa e riprendere in mano la programmazione e la gestione della cosa pubblica, intesa come quell’insieme di istituzioni, beni e servizi - di proprietà diretta delle amministrazioni pubbliche - che producono utilità generale.