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La finanza d'impatto nei paesi del Mediterraneo

In questo articolo, scritto con Luigi Gioja, sono stati studiati i fattori da considerare come presupposto degli investimenti ad impatto in dieci paesi che si affacciano sul Mediterraneo: Albania, Algeria, Egitto, Grecia, Israele, Italia, Marocco, Spagna, Tunisia, Turchia. 

Il paper mappa così l’incrocio tra risorse pubbliche e private, disegna la traiettoria intrapresa nell’ultimo decennio dai principali ambiti di impatto (istruzione, sanità, emissioni di CO2, inclusione sociale e inclusione finanziaria, microfinanza, ecc.), misura robustezza e consistenza dei mercati finanziari e valuta la qualità degli ecosistemi ai fini dello sviluppo di strumenti “impact”.

Non ne emerge un quadro positivo, almeno non all’altezza delle aspettative generate proprio un decennio fa dall’affermarsi del movimento (molto istituzionale, poco sociale) dell’ “impact finance”. Tra gli spunti positivi: fondi pubblici-privati, crowdfunding civico, strumenti ibridi, riforme normative e nuove reti nazionali per l’investimento a impatto.

Si può leggere il paper (in inglese) qui.

Il mercato “sostenibile” e la tecnocratizzazione dell’etica. Un’illusione per non cambiare

Sono tempi difficili, di grande smarrimento. Di fronte all’incertezza pandemica, aggiuntasi alle recenti crisi economiche, è ormai a tutti chiaro che il mercato, da solo, non ci salverà, e occorre trovare il modo di includere l’interesse generale nelle scelte produttive e distributive.

Dal dopoguerra agli anni 80 questo fu il compito degli stati. Poi ci si è convinti che le imprese, con uno stato leggero, sarebbero state più efficienti. Abbiamo così vissuto i trent’anni più diseguali degli ultimi ottanta, come ha mostrato Piketty, nascosto sotto al tappeto i problemi ambientali, sprecando mezzo secolo dal rapporto del Club di Roma; deregolamentato i mercati, formato male studenti e classi dirigenti, orientato in senso neoliberista tutti i settori chiave dell’Europa. 

A Genova c’ero anch’io (per fortuna)

Genova 2001. Io c’ero. E forse basta così. Non so aggiungere granché a ciò che lucidamente hanno già scritto in tanti: Lorenzo Guadagnucci sulla cronaca e la verità ancora mancante; Alessandro Leogrande sul seme mai germogliato; Giulio Marcon sulle lezioni di quel movimento e le paure di chi lo ha bloccato; Luca Martinelli sui mille percorsi che portarono a quelle strade; Giulia Testa sull’importanza di Genova per chi non c’era o non era nato. Solo per citarne alcuni.

Si scrive su quelle giornate per sete di giustizia, per uscire dalla solitudine del trauma, per condividere e dare piena credibilità ai racconti che per anni - ai più - sono sembrati impossibili o inverosimili.

L'inclusione finanziaria in Spagna


Negli ultimi anni, in Spagna, il credito erogato dalle banche è sempre stato al di sotto del potenziale implicito nell’economia reale. Il fenomeno è simile a quanto osservato in Italia, dove il rapporto tra debito del settore privato e Pil è passato dal 125 per cento degli anni 2008-2011 al 108 di fine 2019 (-14%): in Spagna lo stesso indice, nello stesso arco di tempo, è sceso dal 225 al 150 per cento (-34%).[1] 

Un vero Green New Deal passa per la finanza

Lo stato della finanza
Il Wall Street Journal, non il blog di una cricca radical, ha dedicato nel 2018 un’efficace infografica allo stato della finanza a dieci anni dalla grande crisi, per evidenziare quanto ancora profondi siano alcuni problemi cruciali: dalla concentrazione del mercato alla remunerazione dei manager, dalle cosiddette porte girevoli (tra banche e vigilanza, tra vigilanza e banche) alla finanziarizzazione sempre più profonda dell’economia reale (es. il mercato Usa degli immobili in affitto). Lo trovate qui.

L’anticapitalismo molecolare dell'economia associativa per ripartire

Oggi che questa crisi ha messo sotto gli occhi di tutti i limiti strutturali del modello capitalista, togliendo spazi e alibi ad ogni politica economica che tiri solo a campare, non si dovrebbe esitare oltre nel mettere le potenzialità dell’economia nonprofit al centro di un processo di ridisegno complessivo del modello di sviluppo del Paese. 

Politiche e strumenti per una migliore inclusione finanziaria



Secondo gli ultimi dati Istat le famiglie italiane in zona povertà sono quasi una su quattro. In una società che continua a rincorrere un modello di consumi che non si può più permettere, il potere degli operatori finanziari è in forte aumento. 

Tra 2004 e 2005 è cresciuto di 7 punti percentuali il numero di coloro che non riescono ad accantonare risparmi, pari ormai al 45% della popolazione. Il credito al consumo (quello per importi tra 155 e 31 mila euro) nello stesso anno è cresciuto del 21% in valore (76 miliardi di euro) e del 24% per numero di operazioni, pur trattandosi di una possibilità che - a tutt’oggi - è riservata per almeno l’80% ai soli lavoratori dipendenti (fonte: Il sole 24 ore del 14 giugno 2006). 

Sliding into insecurity



Over the last four years, decades of social achievements have been lost due to structural reforms and privatisation, benefiting a small proportion of the population. There is a clear decline in the quality of life together with an increase in inequalities (through the re-establishment of privileges for the few). Insecurity is growing, favoured by a government that shows increasing disdain for democratic rules, institutional and social dialogue, and the civil rights of those who are (politically, socially or culturally) “different”.


Federalism, privatisation and an individualist philosophy



Currently Italy is experiencing several radical institutional changes that are causing traumatic transformations in the life of its citizens. As a result of an ongoing debate, an institutional reform to decentralise the organisation of the State was implemented. This is a dangerous mechanism that occurs in a general framework where impulses towards privatisation are multiplying. The government is using it instrumentally in order to reduce the State’s role as guarantor of individual rights.


Ricchi e poveri in Italia

Di ricchi e poveri si parla poco. Vediamo qualche dato: l'Italia è tra i paesi OCSE con i valori più bassi di reddito pro capite. Nell’Unione europea la nostra classifica non migliora e ci troviamo insieme a Spagna, Grecia, Portogallo e da qualche anno (miracoli del Blairismo) Gran Bretagna. In media un italiano ha un reddito inferiore del 10% rispetto a chi vive negli altri paesi dell'Unione. Secondo l'Istat nel nostro paese il 12% della popolazione è sotto la soglia della povertà relativa. Aumentano i poveri e aumentano i ricchi. 

New welfare, new gaps


With a view to increasing economic and organisational efficiency most of the agencies providing public goods and services have been privatised. Given that no clear guidelines were set for establishing criteria for, and restrictions on, the discretionary power of the local governments, this reform will reduce unity and coherence of political choices across the regions. It will potentially increase disparities among regions in a country where regional economic and social imbalances are already huge.


A che serve il terzo settore

Da sempre, le strategie di resistenza e di risposta alle diseguaglianze generate dal capitalismo si sono tradotte anche nella costruzione di modelli economici alternativi, sia nel senso della produzione, sia del consumo e, nei casi più radicali, perfino dello scambio. La scelta di sperimentare vie diverse e innovative nelle prassi sociali si è così trasformata in attuazione di esperienze economiche originali, spesso antagoniste al sistema dominante.

Oggi, i popoli di Seattle non possono fare a meno di guardare a questi soggetti, che la storia ha arricchito di diversità e complessità, come a dei compagni di strada che, seppur tra mille differenze, possono rafforzarne e accrescerne la capacità di incidere sulla società e sull’economia, nell’obiettivo comune di cambiare i paradigmi dominanti e mostrare che alternative esistono e sono praticabili da subito.

Il termine che viene più di frequente utilizzato per definire questa parte di movimenti sociali, la loro componente economicamente significativa, è “terzo settore”. Con ciò si allude, appunto, ad una alterità rispetto a mercato e stato, ad una originalità di forme organizzative e produttive e ad una mission che non è la massimizzazione del profitto ma la più ampia efficacia sociale. 

Il fenomeno ha profonde radici storiche, che affondano nelle esperienze sociali di famiglie religiose, culturali e politiche, quali la tradizione del movimento operaio e del solidarismo cattolico (soprattutto in Italia) o quella di vaste minoranze laiche e religiose.



di Alessandro Messina
per LIMES. I popoli di Seattle, giugno 2001