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Il lavoro nel Terzo Settore: dimensioni e forme organizzative

Il tema del lavoro nel terzo settore ha una duplice importanza. Da un punto di vista quantitativo, assodata ormai la sua accentuata crescita, è necessario comprendere quanto e come il terzo settore è in grado di offrire nuove opportunità occupazionali. Per nuove si intende non sostitutive di quei posti di lavoro che possono in alternativa essere forniti dal settore pubblico. 

Da un punto di vista qualitativo vanno analizzate le forme di lavoro in queste strutture e l’originalità dei modelli organizzativi adottati, spesso a cavallo tra auto-organizzazione e auto-imprenditorialità.

Questa relazione prova ad utilizzare gli studi più recenti in materia per combinare le due analisi, di quantità e di qualità, e per definire alcuni modelli generali.



di Alessandro Messina
in Idee, Anno XVI, nn. 46-47, gennaio-agosto 2001, Università di Lecce.

Il terzo settore in Italia: caratteristiche economiche e finanziarie delle “imprese sociali”

Il tentativo di studiare empiricamente un insieme eterogeneo di elementi implica la necessità di trovare una definizione chiara e riconoscibile. Nello specifico caso degli studi economici sul terzo settore, di fronte alla scarsità di ricerche di questo tipo e nella difficoltà, tra queste, di trovarvi impostazioni e approcci comuni, si deve affrontare la medaglia a doppia faccia della sperimentazione: da un lato si è liberi di trovare propri criteri senza eccessivi vincoli dati dalla necessità di omogeneità con studi precedenti; dall’altro si rischia ogni volta di ritrovarsi al punto zero in un processo di apprendimento e accumulazione di esperienza mai sistematico.

La scelta fatta per la presente ricerca nasce proprio dalla consapevolezza di ciò e si manifesta in una sorta di compromesso tra le due spinte. Infatti, partendo dallo studio più sistematico attualmente disponibile (quello della Johns Hopkins University, JHU, di Baltimora e della relativa parte italiana curata da Barbetta, 1996), sono state adottate le definizioni generali date in quel contesto per poi procedere ad una integrazione basata su dei criteri di carattere qualitativo, secondo un approccio che permette comunque, con qualche eccezione, la comparazione tra le due
ricerche.

Rimandando al primo working paper prodotto da questo lavoro per un’ampia descrizione delle definizioni e dei criteri classificatori per il terzo settore e delle motivazioni che hanno portato alla definizione adottata da NETS (AA.VV., 1998), in questa sede è utile riportare una sintetica descrizione dei criteri adottati e delle differenze derivanti. In pratica si è trattato di aggiungere ai sei
criteri proposti dalla JHU, due nuove caratteristiche che si vuole contraddistinguano un’organizzazione di terzo settore. Perciò, secondo la definizione adottata da NETS, un’impresa è riconoscibile per il fatto di essere [...]

 
di Alessandro Messina
Woking Paper Università di Roma “La Sapienza” - Dipartimento di Economia Pubblica, luglio 1999

Il ruolo del terzo settore nel sistema economico italiano

Vi sono operatori economici che, perseguendo finalità non di lucro, producono beni e servizi di utilità collettiva. Questi operatori riescono a collocarsi sul mercato o a entrare in partnership con le istituzioni pubbliche, generalmente organizzando i processi produttivi in modo originale ed innovativo. E’ qualche anno ormai che si dibatte sulle possibilità che questi operatori hanno di creare nuova occupazione – non sostitutiva rispetto al pubblico – e sulle politiche più idonee a sostenerne la crescita. 

La ricerca NETS (New employment opportunities in the third sector), condotta dal Dipartimento di Economia Pubblica dell’Università di Roma “La Sapienza” insieme all’associazione Lunaria di Roma e sostenuta dal finanziamento della Commissione Europea nell’ambito del programma TSER – Targeted Socio Economic Research (DGXXII), mira a determinare proprio quali politiche possono risultare più efficaci in tal senso, valutando a livello micro la struttura economica e finanziaria delle organizzazioni che operano nei diversi settori (dall’assistenza, alla formazione, all’inserimento lavorativo di soggetti svantaggiati, alla cultura) e a livello di sistema quali sono le leve da utilizzare in termini di: spesa pubblica, finanziamenti, fisco, politiche del lavoro. 

I dati raccolti a livello nazionale su un campione rappresentativo di organizzazioni di terzo settore tramite un questionario semi-strutturato forniscono indicazioni di carattere quantitativo e qualitativo che permettono di condurre un’analisi comparativa con altri paesi europei e con gli altri studi già disponibili sull’argomento.


 
di Alessandro Messina e Valeria Mastrostefano
Working paper per il XII Convegno biennale dell’A.I.S.S.E.C. (Associazione Italiana per lo Studio dei Sistemi Economici Comparati), giugno 1999

Terzo settore, vizi privati e pubbliche virtù

Più di 300 ricercatori, 200 rapporti di ricerca presentati, 4 giorni di full immersion sui temi dell’economia sociale, della cooperazione, della società civile. Questo è stata la terza conferenza internazionale sul terzo settore promossa dal ISTR – International Society for Third Sector Research – a Ginevra dall’8 all’11 luglio. L’ISTR è parte della Johns Hopkins University di Baltimora, università a cui va dato atto di aver saputo trovare negli ultimi anni le chiavi interpretative più adatte a portare nelle agende dei politici e degli accademici il mondo del nonprofit. Un tema che precedentemente era appannaggio dei pochi sociologi che si chiedevano cosa si nascondesse dietro il vasto fenomeno dell’associazionismo e del volontariato, è diventato successivamente un argomento più volte indicato come cruciale anche da economisti e politici, in tempi di crescita senza occupazione e di riforma dello stato sociale.