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Riflessioni in merito all'ipotesi di riforma del terzo settore

Scade oggi (13 giugno 2014) il termine per inviare al Governo commenti sulle Linee Guida di Riforma del Terzo Settore. Ecco alcune riflessioni.

Anche sul nonprofit Matteo Renzi conferma le sue principali caratteristiche.
La consultazione avviata per una riforma del cosiddetto terzo settore[1] ha indubbiamente dei meriti: rimette lo sviluppo delle organizzazioni senza scopo di lucro al centro della riflessione politica dopo oltre un decennio di oblio, e lo fa con un piglio riformista che non si vedeva dai tempi del primo governo guidato da  Romano Prodi (1996) e dalla riforma dell'assistenza sociale firmata da Livia Turco (2000)[2].

Quale futuro per il non profit?


L’impresa sociale torna ad essere terreno di confronto politico. Tutto nasce da una proposta di emendamento al D. Lgs. 155/2006, primo firmatario Luigi Bobba, agganciata al provvedimento “Destinazione Italia” promosso dal Governo Letta. L’emendamento non è passato.

L’impresa sociale merita una revisione completa

Continua carsica la discussione sullo status dell’impresa sociale. L’ultima occasione è stata fornita dalla presentazione di una proposta emendativa della legge che regolamenta la materia, il decreto 155 del 2006. La norma non è passata e forse è una fortuna. Ci sarà più tempo a disposizione per trattarne meglio i diversi profili che non convincono.

Nonprofit sì, ma quanto?



Distribuzione dei profitti sì o no? Torniamo con questa rubrica ad affrontare un tema ricorrente nel dibattito italiano sull’impresa sociale (qui trattato un anno fa). 

Per l'impresa sociale è tempo di crowdfunding. Il decreto "Crescita 2.0" apre grandi opportunità


Senza spaventarci dell’eccesso di inglesismi, vale la pena mettere a fuoco come social lending e crowdfunding – fenomeni web di crescente rilievo – offrano interessanti opportunità alle organizzazioni nonprofit più innovative e si apprestino anche ad “invadere” il campo del mondo imprenditoriale.

L’innovazione prende la strada del low profit


E’ di attualità in Europa il concetto di “social business”, cui la Commissione europea dedica una specifica iniziativa, intuendo che da qui possa arrivare un contributo trainante per la ripresa (anche) del Pil comunitario. Va detto subito a scanso di equivoci che l’“impresa sociale” di Bruxelles è diversa da quanto disciplinato in Italia con il decreto 155 del 2006. Due le principali differenze: guardare al processo produttivo più che a specifiche forme societarie o ambiti di intervento; nessun tabù sulla distribuzione degli utili. Proprio le due lacune per cui, a modesto parere di chi scrive, la legge sull’impresa sociale in Italia può considerarsi un fallimento.

Banche e organizzazioni non profit: l’alleanza è possibile (in Fuori dall'angolo)

È maturo il tempo perché la relazione tra banche e organizzazioni non profit arrivi a una fase di reciproco riconoscimento. Gli ultimi venti anni sono stati determinanti, in modo diverso ma in qualche accezione convergente, per entrambi i comparti. 

Verso l’impresa sociale. I nuovi decreti attuativi del 155/2006

Nel marzo 2006 è stato emanato il decreto legislativo 155. Si era ormai a fine legislatura e il decreto arrivava in virtù della legge delega 118 del 2005. L’obiettivo normativo principale, indicato nella legge delega, doveva consistere nell’elaborare «una disciplina organica, ad integrazione delle norme dell'ordinamento civile, relativa alle imprese sociali, intendendosi come imprese sociali le organizzazioni private senza scopo di lucro che esercitano in via stabile e principale un'attività economica di produzione o di scambio di beni o di servizi di utilità sociale, diretta a realizzare finalità di interesse generale». 

Quale impresa sociale? Analisi di una legge

Era il 22 maggio 2001 quando la Compagnia delle Opere (CdO), braccio imprenditoriale di Comunione e Liberazione, acquistava una pagina intera sul Corriere della Sera per esaltare il risultato elettorale che aveva messo Berlusconi a capo del governo e auspicare che presto si sarebbe arrivati ad una nuova legislazione a «sostegno delle organizzazioni non profit». Il comunicato era sorprendentemente firmato da personaggi politici di tutti gli schieramenti, compreso il centro sinistra, e da molti autorevoli rappresentanti del terzo settore. 

Il terzo settore in Italia: caratteristiche economiche e finanziarie delle “imprese sociali”

Il tentativo di studiare empiricamente un insieme eterogeneo di elementi implica la necessità di trovare una definizione chiara e riconoscibile. Nello specifico caso degli studi economici sul terzo settore, di fronte alla scarsità di ricerche di questo tipo e nella difficoltà, tra queste, di trovarvi impostazioni e approcci comuni, si deve affrontare la medaglia a doppia faccia della sperimentazione: da un lato si è liberi di trovare propri criteri senza eccessivi vincoli dati dalla necessità di omogeneità con studi precedenti; dall’altro si rischia ogni volta di ritrovarsi al punto zero in un processo di apprendimento e accumulazione di esperienza mai sistematico.

La scelta fatta per la presente ricerca nasce proprio dalla consapevolezza di ciò e si manifesta in una sorta di compromesso tra le due spinte. Infatti, partendo dallo studio più sistematico attualmente disponibile (quello della Johns Hopkins University, JHU, di Baltimora e della relativa parte italiana curata da Barbetta, 1996), sono state adottate le definizioni generali date in quel contesto per poi procedere ad una integrazione basata su dei criteri di carattere qualitativo, secondo un approccio che permette comunque, con qualche eccezione, la comparazione tra le due
ricerche.

Rimandando al primo working paper prodotto da questo lavoro per un’ampia descrizione delle definizioni e dei criteri classificatori per il terzo settore e delle motivazioni che hanno portato alla definizione adottata da NETS (AA.VV., 1998), in questa sede è utile riportare una sintetica descrizione dei criteri adottati e delle differenze derivanti. In pratica si è trattato di aggiungere ai sei
criteri proposti dalla JHU, due nuove caratteristiche che si vuole contraddistinguano un’organizzazione di terzo settore. Perciò, secondo la definizione adottata da NETS, un’impresa è riconoscibile per il fatto di essere [...]

 
di Alessandro Messina
Woking Paper Università di Roma “La Sapienza” - Dipartimento di Economia Pubblica, luglio 1999

Il ruolo del terzo settore nel sistema economico italiano

Vi sono operatori economici che, perseguendo finalità non di lucro, producono beni e servizi di utilità collettiva. Questi operatori riescono a collocarsi sul mercato o a entrare in partnership con le istituzioni pubbliche, generalmente organizzando i processi produttivi in modo originale ed innovativo. E’ qualche anno ormai che si dibatte sulle possibilità che questi operatori hanno di creare nuova occupazione – non sostitutiva rispetto al pubblico – e sulle politiche più idonee a sostenerne la crescita. 

La ricerca NETS (New employment opportunities in the third sector), condotta dal Dipartimento di Economia Pubblica dell’Università di Roma “La Sapienza” insieme all’associazione Lunaria di Roma e sostenuta dal finanziamento della Commissione Europea nell’ambito del programma TSER – Targeted Socio Economic Research (DGXXII), mira a determinare proprio quali politiche possono risultare più efficaci in tal senso, valutando a livello micro la struttura economica e finanziaria delle organizzazioni che operano nei diversi settori (dall’assistenza, alla formazione, all’inserimento lavorativo di soggetti svantaggiati, alla cultura) e a livello di sistema quali sono le leve da utilizzare in termini di: spesa pubblica, finanziamenti, fisco, politiche del lavoro. 

I dati raccolti a livello nazionale su un campione rappresentativo di organizzazioni di terzo settore tramite un questionario semi-strutturato forniscono indicazioni di carattere quantitativo e qualitativo che permettono di condurre un’analisi comparativa con altri paesi europei e con gli altri studi già disponibili sull’argomento.


 
di Alessandro Messina e Valeria Mastrostefano
Working paper per il XII Convegno biennale dell’A.I.S.S.E.C. (Associazione Italiana per lo Studio dei Sistemi Economici Comparati), giugno 1999

Terzo settore, vizi privati e pubbliche virtù

Più di 300 ricercatori, 200 rapporti di ricerca presentati, 4 giorni di full immersion sui temi dell’economia sociale, della cooperazione, della società civile. Questo è stata la terza conferenza internazionale sul terzo settore promossa dal ISTR – International Society for Third Sector Research – a Ginevra dall’8 all’11 luglio. L’ISTR è parte della Johns Hopkins University di Baltimora, università a cui va dato atto di aver saputo trovare negli ultimi anni le chiavi interpretative più adatte a portare nelle agende dei politici e degli accademici il mondo del nonprofit. Un tema che precedentemente era appannaggio dei pochi sociologi che si chiedevano cosa si nascondesse dietro il vasto fenomeno dell’associazionismo e del volontariato, è diventato successivamente un argomento più volte indicato come cruciale anche da economisti e politici, in tempi di crescita senza occupazione e di riforma dello stato sociale.