Se il microcredito entra in banca

E’ alta la domanda “sociale” di credito in tempo di crisi. Raramente in passato si è registrata una tale attenzione delle istituzioni, dei media e in generale dell’opinione pubblica sulla propensione all’erogazione di credito da parte delle banche. Superando gli approcci più superficiali, di sterile contrapposizione tra stakeholder, ciò conduce a riflessioni profonde sul significato di termini quali “accesso al credito” e “qualità del credito”, che chiamano in causa anche il mondo della comunicazione, senza distinzioni eccessive tra specialistica e divulgativa.


Le ultime relazioni del Presidente dell’ABI, Corrado Faissola, e del Governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi, hanno trovato significativi momenti di convergenza nell’enfasi posta sulla rilevanza della “soft information” durante il processo di valutazione del merito creditizio. Una informazione qualitativa, cioè, da utilizzare per integrare - se non proprio per sostituire, in casi particolari - sistemi basati su rigidi parametri, indicatori quantitativi, metodi di “scoring” più o meno standardizzati.

Si torna dunque a parlare di banca di prossimità, rapporto col territorio, valore della relazione col cliente e delle reti fiduciarie che l’operatore bancario può attivare, valorizzare, riconoscere.
Tutto questo nella letteratura economica, sociologica, perfino antropologica degli ultimi dieci anni è stato spesso tradotto con una parola: microcredito. In Italia tale filone di “teorie e pratiche” sta dunque attraverso una fase cruciale, passando dall’essere grande provocazione culturale, il cui obiettivo era mettere in discussione i fondamenti del sistema del credito e delle sue recenti evoluzioni (su tutte Basilea 2), al diventare concreto approccio operativo di tanti e diversi soggetti. 

La novità degli ultimi tempi è il forte e crescente coinvolgimento degli operatori bancari. Secondo l’indagine condotta dall’ABI nel 2008, circa il 70% delle banche italiane è attiva sul fronte della microfinanza e di esse un terzo ha sviluppato specifici prodotti o programmi di microcredito. La microfinanza, infatti, è l’insieme più ampio di iniziative che il mercato può attuare per favorire processi di inclusione finanziaria, che vanno dai conti correnti, agli altri servizi di pagamento fino ad arrivare - appunto - al credito. 

Sull’inclusione finanziaria è utile soffermarsi brevemente. La Commissione europea, nella pubblicazione del marzo 2008, dal titolo “Financial Services Provision and Prevention of Financial Exclusion”, ha enfatizzato non solo l’importanza dell’accesso ai servizi finanziari, ma anche il loro effettivo utilizzo. Access e usage diventano le due chiavi interpretative dell’inclusione finanziaria, che deve consentire di «condurre una vita sociale normale». Nell’introdurre la declinazione specifica di inclusione “creditizia”, la Commissione ne ha enfatizzato il ruolo giocato per l’aumento della mobilità delle persone, l’accesso all’istruzione e alla formazione, il miglioramento delle abitazioni e dunque degli standard di vita e delle aspettative di reddito. E’ stata dunque accentuata la dimensione “sociale” del’accesso (e dell’utilizzo) del credito, più che quella “imprenditoriale”, tipicamente la più ricorrente nelle analisi relative all’accesso al credito, dunque anche nelle interpretazioni e applicazioni del microcredito nei contesti di economie avanzate, quale quello europeo e italiano. Ma la distinzione appare relativamente importante.

Le implicazioni “sociali” e “imprenditoriali” dell’esclusione finanziaria appaiono infatti intimamente collegate e interconnesse. In particolare, la mancanza di accesso o di possibilità di utilizzo del credito può incidere sul livello di inclusione sociale delle persone in diversi modi: (i) certi tipi di credito (es. le carte revolving) sono utilizzati nel contesto che si frequenta e l’esclusione da questi circuiti può implicare (o essere percepita come) una forma di “stigmatizzazione” sociale; (ii) l’impossibilità di accedere a determinati beni (es. l’automobile, il personal computer) preclude il raggiungimento di minimi standard di vita che possono ridurre il livello di benessere e l’auto-stima; (iii) in alcuni casi la difficoltà di accesso al credito innesca un circolo vizioso di incapacità di rimborso di debiti pre-esistenti, conducendo al sovraindebitamento o a forme patologiche di finanziamento illegale (usura). Questi fattori, tutti, sono alla base del presupposto di intraprendenza economica, dunque di capacità imprenditoriale, di un qualunque tessuto sociale.

Non vi è dubbio, pertanto, che tra i tanti aspetti dell’inclusione finanziaria, il credito rappresenti il più critico, non solo per le potenzialità che esso può sprigionare, ma anche per la necessità di bilanciare correttamente l’esigenza di aumentare le opportunità per gli esclusi con quella di tenere sotto controllo i rischi assunti dalle banche. Quanto accaduto negli Stati Uniti con i mutui sub-prime negli ultimi anni è in tal senso emblematico. Un obiettivo sociale senza dubbio condivisibile, quello di dare ad un maggior numero di persone la possibilità di acquistare la propria casa, è stato affrontato senza tenere conto delle diverse variabili in gioco e traducendo tutto in un’assunzione di rischi troppo alti da parte del settore finanziario e, indirettamente, della collettività. Quello che più rileva ai fini della presente analisi, non è tanto il modo in cui questi rischi sono stati poi ripartiti nei mercati finanziari mondiali, attraverso i noti processi di cartolarizzazione, quanto l’assenza (o la sottostima) di valutazione del costo sociale (ma anche economico) di una inclusione “leggera”, che ha poi inevitabilmente prodotto una nuova esclusione, questa volta più pesante della prima e più difficile da recuperare. 

Molti soggetti, infatti, sono passati o stanno per passare da una esclusione dal circuito del credito dovuta alla assenza di storia creditizia, superata solo da un’aggressiva politica commerciale di alcuni operatori finanziari, ad una nuova esclusione, questa volta più grave, perché dovuta ad una storia “negativa”, quella di chi, ottenuto un prestito, viene poi registrato negli archivi come insolvente, dunque non “affidabile” (si pensi al 15% di mutuatari sub-prime divenuti insolventi). Per tutti costoro sarà certamente difficile rientrare in breve tempo nel circuito del credito ufficiale. 

Ciò spiega quanto sia importante che accesso al credito e qualità dello stesso procedano di pari passo. Si torna così al microcredito.
Inteso come insieme di pratiche e teorie, il microcredito oggi in Italia sta cambiando pelle. Dal punto di vista teorico, perché sempre più associato a processi ampi di inclusione finanziaria che, a valle e a monte, possono caratterizzarne il livello di efficacia e penetrazione nella società: si tratta di un entry point, un modo per sbloccare una situazione di esclusione finanziaria, avviandone una - stabile e duratura - di inclusione. Così il microcredito si diffonde insieme a strumenti più generali di “bancarizzazione”, quali forme di conto corrente low-cost (in alcuni paesi esistono per legge), tecniche di distribuzione commerciale dedicate a particolari fasce di cittadini (il caso degli immigrati), programmi vasti e complessi di educazione finanziaria (anche questi promossi in Italia dall’industria bancaria, mentre nel resto d’Europa sono le istituzioni ad occuparsene).

Oggi sono tante le iniziative che coinvolgono le banche in programmi di microcredito regionali o nazionali. Certamente il progetto più ambizioso è quello promosso dall’ABI insieme alla Conferenza Episcopale Italiana: 180 milioni di euro di prestiti, garantiti da un fondo della CEI di 30 milioni, per famiglie che abbiano perso il posto di lavoro a seguito della crisi. Si tratta del più grande programma di microcredito realizzato in Italia, unico in Europa per caratteristiche e livello di coinvolgimento dell'industria bancaria. I finanziamenti ammissibili alla garanzia hanno un importo non superiore a 6 mila euro e vengono erogati in tranche successive, secondo modalità concordate tra banca e cliente. Il finanziamento può essere esteso per ulteriori 12 mesi per un importo massimo di ulteriori 6.000 euro previa valutazione da parte della banca. Il piano di rimborso del prestito decorre trascorsi 12 mesi dalla delibera e con una durata massima di 5 anni. E' previsto che a tale finanziamento si applichi un tasso annuo effettivo globale (Taeg) non superiore al 50% del tasso effettivo globale medio (Tegm) sui prestiti personali, pubblicato dal Ministero dell'Economia e delle Finanze ai sensi della legge 108/1996. Diverse banche aderenti stanno già proponendo condizioni migliorative. 

Un progetto che non intende rivolgersi agli “esclusi finanziari” più tipici quanto piuttosto ai “vulnerabili”, a quelli che rischiano di diventare “nuovi esclusi” se non riescono a rientrare nel mercato del lavoro. La connotazione del programma è dunque molto “sociale” e assai meno “imprenditoriale”.
Ma la vera rilevanza è nella forte strutturazione delle reti territoriali che si sta predisponendo per farlo funzionare al meglio. Le famiglie in possesso dei requisiti previsti dall'accordo dovranno recarsi presso la Caritas più vicina, compilare il questionario e il progetto di reinserimento lavorativo o di avvio di nuova attività imprenditoriale con l'assistenza degli operatori, allegare la documentazione richiesta e presentare presso una delle banche aderenti la domanda di finanziamento. Si plasma così quella relazione triangolare beneficiario-tutor-banca che rappresenta uno dei modelli di riferimento dei programmi di microcredito con maggiore successo a livello internazionale. 

Considerando che il progetto partirà a settembre e sono già stati coinvolti 700 operatori, più di 60 banche, pari al 30% degli sportelli nazionali, 110 Caritas diocesane, si coglie il potenziale che si sta attivando e che può essere utilizzato per il futuro, anche a prescindere dai contenuti specifici del programma: un’infrastruttura di reti, linguaggi, procedure che da un lato va direttamente incontro alla richiesta rivolta alle banche di scendere sul territorio, dall’altro può produrre un effetto moltiplicatore e imitativo senza precedenti.

Resta un ostacolo fondamentale. La rilevanza “sociale” dell’accesso al credito spesso spinge gli interlocutori più sensibili a sottovalutare alcune implicazioni rilevanti dello sviluppo di un mercato del credito, anche pertanto del microcredito.
Il primo punto critico, già accennato, è quello degli obblighi che derivano dall’esistenza di un rapporto di credito: per la certezza delle “regole del gioco creditizio” è fondamentale fare leva sulla cultura della responsabilità, superando approcci assistenzialistici che - quando giusti - non sono comunque conciliabili con la richiesta di intervento di operatori “di mercato”. É bene dunque ricordare che, soprattutto con riferimento alle politiche pubbliche, se si ritiene di dover intervenire attraverso lo strumento di credito, ciò presupponga che il soggetto beneficiario sia poi in grado di restituire il prestito. Dunque il credito sia strumento di attivazione di processi virtuosi (l’avvio di attività autonoma) o ponte tra due situazioni di solvibilità (la temporanea disoccupazione). Troppo spesso la scarsità delle risorse pubbliche induce amministratori poco avveduti a proporre il credito (per il suo effetto leva) come strumento per interventi che dovrebbero invece avere pura matrice di sussidio. Ma non bisogna dimenticare che chi contrae un prestito e non lo rimborsa diviene poi “un cattivo pagatore”, con la segnalazione del suo nominativo presso le banche dati utilizzate dagli operatori professionali. Così si rischia, anziché di aiutare, di mettere in condizioni ancora più difficili soggetti già in difficoltà.

L’altro tema critico, quasi tabù, è quello del costo del denaro. Qui non c’è Yunus che tenga: pur avendo il premio Nobel spiegato al mondo intero che i prestiti concessi dalle istituzioni di microfinanza devono essere sostenibili in termini di copertura dei costi, continua a primeggiare, in particolar modo in Italia, l’approccio filantropico al microcredito. Si sentono così proporre tassi che non sono neanche in grado di coprire il livello dell’inflazione. La questione è molto semplice: ogni attività economica - anche l’esercizio del credito - ha un suo costo, fatto di personale, strutture, tecnologie ecc.; il denaro ha un suo costo che, seppure molto basso nella fase attuale è comunque diverso in funzione delle dimensioni e delle caratteristiche dell’intermediario; ogni prestito ha in sé una valutazione di rischio, che va conseguentemente apprezzato per motivare l’operatore ad effettuare il finanziamento anche in presenza di una probabilità di default. Come si fa a pensare che il microcredito si possa sviluppare, promosso da operatori privati, se di questi costi non si tiene conto nel valore dell’interesse chiesto al beneficiario?

Oltre tutto, come detto, spesso i programmi di microcredito prevedono il coinvolgimento di soggetti terzi (tutor) che accolgono, orientano e assistono il finanziato nelle diversi fasi di vita del prestito. Anche queste attività hanno un costo, che tra l’altro ha natura tendenzialmente fissa, cioè non dipendente dal valore del prestito e che, dunque, proporzionalmente, incide di più sui prestiti di minore importo. Riconoscere il valore di queste attività - esaltazione di quella “soft information” richiamata - significa anche porsi il problema di come coprirne i costi. 

La partita della ricerca dell’efficienza (evitare di far ricadere sul finanziato il cattivo funzionamento dell’operatore), dell’equità (evitare comportamenti predatori), della valutazione corretta del rischio (che dunque non va sovrastimato) viene oggi troppo spesso risolta “fuori mercato”, chiedendo al mercato un atteggiamento da “dono” che non gli è congeniale. Soprattutto non è sostenibile, né in grado di favorire un reale sviluppo di opportunità di credito per i soggetti “esclusi” o “vulnerabili”.

Il credito, anche il microcredito, ha un costo. E’ giusto cercare formule eque - tanto per l’operatore finanziario che per il prenditore dei fondi - per sostenerlo. Ma non se ne può eludere la questione se lo si vuole affrontare in una prospettiva di mercato.

Questa appare oggi una delle sfide principali per lo sviluppo del microcredito. Una sfida soprattutto culturale. Che richiede anche un cambiamento di approccio da parte degli operatori della comunicazione. Perché il credito corre sui binari del capitale sociale, della fiducia, delle relazioni profonde di un paese. Il ruolo di tutti gli attori - banche, istituzioni pubbliche, terzo settore - è fondamentale per la messa a punto di processi efficaci ed efficienti. Ma serve anche l’impegno di chi veicola le informazioni ai cittadini per favorire un cambio di paradigma culturale, che alla richiesta di maggiore credito associ percorsi di consapevolezza delle sue implicazioni per l’individuo e per la società nel complesso.

di Alessandro Messina

per Cometa, ottobre 2009