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La finanza d'impatto nei paesi del Mediterraneo

In questo articolo, scritto con Luigi Gioja, sono stati studiati i fattori da considerare come presupposto degli investimenti ad impatto in dieci paesi che si affacciano sul Mediterraneo: Albania, Algeria, Egitto, Grecia, Israele, Italia, Marocco, Spagna, Tunisia, Turchia. 

Il paper mappa così l’incrocio tra risorse pubbliche e private, disegna la traiettoria intrapresa nell’ultimo decennio dai principali ambiti di impatto (istruzione, sanità, emissioni di CO2, inclusione sociale e inclusione finanziaria, microfinanza, ecc.), misura robustezza e consistenza dei mercati finanziari e valuta la qualità degli ecosistemi ai fini dello sviluppo di strumenti “impact”.

Non ne emerge un quadro positivo, almeno non all’altezza delle aspettative generate proprio un decennio fa dall’affermarsi del movimento (molto istituzionale, poco sociale) dell’ “impact finance”. Tra gli spunti positivi: fondi pubblici-privati, crowdfunding civico, strumenti ibridi, riforme normative e nuove reti nazionali per l’investimento a impatto.

Si può leggere il paper (in inglese) qui.

Il futuro del crowdfunding

È un mercato in forte crescita, la cosiddetta “finanza alternativa”. Con tale termine si intende quell’insieme di nuove iniziative di business finanziario che si sviluppano on line per iniziativa di società specializzate (denominate fintech) grazie alle nuove tecnologie digitali, dal prestito all’investimento in capitale di rischio, dalle donazioni al cosiddetto buy-now-pay-later. Quasi sempre il modello sottostante è quello del crowdfunding: le piattaforme funzionano da market place per favorire l’incontro tra coloro che necessitano di risorse e una platea di potenziali investitori, retail o istituzionali (banche, fondi, assicurazioni, eccetera).


A fine 2020, secondo lo studio del Cambridge Centre for Alternative Finance, sui 113 miliardi di dollari complessivamente movimentati, il più grande mercato era rappresentato dagli Stati Uniti (74 miliardi di dollari), pari a circa il 65 per cento del totale, seguito da Regno Unito (13 miliardi di dollari), Europa (10 miliardi), Asia orientale, esclusa la Cina (9 miliardi).

Russia, sanzioni economiche e finanza privata: qualcosa va cambiato

Le sanzioni, specie finanziarie, possono essere un forte strumento di orientamento dei comportamenti degli Stati. Ma non funziona un approccio in cui l’uso “orientato” del denaro sia prigioniero di volubilità politica e intermittenza di comodo. Va pretesa coerenza da istituzioni e banche private. 

Globalizzazione, bolle e crack bancari

Una nuova gallina dalle uova d’oro è rimasta spennata. Si tratta della ormai celeberrima Silicon Valley Bank, fallita pochi giorni fa per una maldestra gestione finanziaria.
Vediamo storia, modello di business, buone e cattive notizie collegate a questa vicenda.

La storia: nata a fine anni ‘80, la SVB è una banca che ha registrato la sua crescita esplosiva negli ultimi tre anni (a fine 2022 i depositi totali ammontavano a circa 200 miliardi, saliti del 233% dai circa 60 di fine 2020), e la cui parabola ha affiancato quella delle start-up, dei fantomatici “unicorni” (società che dopo pochi anni dall’avvio promettono rendimenti 10-20-30 volte il capitale investito) e, per dirla tutta, del mito dei soldi facili che tanto piace a Wall Street. Il Ceo Greg Becker, in questa intervista di due anni fa, la presentava come “l’unica banca globale dell’innovazione”, da cui il richiamo – nel nome – all’area geografica che più l’immaginario di questo ventennio associa alle start-up tecnologiche, appunto la Silicon Valley, situata a sud di San Francisco.

Il modello di business: la SVB aveva molte delle caratteristiche peggiori dell’economia delle start-up che dichiarava di voler finanziare. Viveva di marketing, di aspettative visionarie generate nei clienti, ma poi usava fragili schemi finanziari alla Ponzi (o alla Madoff, se preferite un caso più recente). Raccoglieva a vista o a breve termine soldi da clienti attratti dal mito delle start-up e li investiva in titoli in grado di dare un rendimento adeguato per sé e per i propri depositanti, perché a lungo termine. Un gioco pericoloso per qualunque banca, basato sul disallineamento tra durata media della raccolta e durata media degli investimenti, e che ha potuto funzionare bene negli anni recenti, con i rendimenti dei mercati che viaggiavano col segno più a due cifre, e con tanta liquidità a costo zero o quasi sui conti correnti. Ma quando il mercato ha girato, nel 2022, causa inflazione, fine del quantitative easing, guerra e connessi spettri di recessione, tutta la pericolosità del gioco è emersa e la SVB ha cominciato a dover registrare perdite su quelle parti di attivo collegate al prezzo dei titoli obbligazionari o governativi su cui aveva investito gran parte del proprio portafoglio. Roba da manuale di economia 1…

Le buone notizie: il governo Usa è intervenuto prontamente a garanzia dei depositi, la dimostrazione che la crisi Lehman del 2008 è servita a qualcosa (quindici anni fa l’amministrazione Bush scelse la strada del fallimento della storica banca dei fratelli Lehman, in crisi per lo scoppio della bolla dei subprime, sottovalutando gravemente gli effetti sistemici che da lì si sarebbero innescati). Inoltre, SVB è parecchio più piccola, con un attivo di circa 212 miliardi di dollari, meno del 25 per cento a valori correnti di quanto fosse Lehman (l’attivo di Lehman era 640 miliardi nel 2008, equivalenti a circa 864 miliardi odierni).

Va anche sottolineato che la SVB è andata in crisi perché i propri depositi sono più corporate – di imprese o intermediari che investono in imprese – che retail, di persone. Dunque sono significativamente più grandi della media. Una maggiore frammentazione della raccolta avrebbe reso meno impattante la corsa allo sportello che si è scatenata la scorsa settimana. Questa non è propriamente una buona notizia, ma rende meno minacciosa la possibilità di estensione della crisi al sistema bancario più tipicamente rivolto alle famiglie e alle piccole imprese. 

Le cattive notizie: non sono del tutto scongiurati i rischi di crisi sistemica, perché sempre più fitte sono ormai le connessioni globali tra i mercati, e grande è la bolla della finanza – soprattutto di fondi e operatori speculativi – che negli ultimi anni ha alimentato le ipertrofiche valutazioni delle start-up. Il mondo di queste ultime già sta soffrendo: è stato calcolato, ad esempio, che il 34 per cento delle imprese tecnologiche innovative nel Regno Unito, tra quelle investite da fondi di venture capital, ha un deposito presso la SVB e oggi rischia un congelamento o comunque difficoltà nell’accesso alle proprie risorse finanziarie.

Non è tutto. In fondo a questo nuovo crack americano c’è una pessima notizia: il dover constatare che a quindici anni dalla Grande Crisi Finanziaria, appunto scatenatasi con il fallimento Lehman, tutto nella finanza mondiale è cambiato perché nulla cambiasse. Le stesse illusioni ottiche del mercato e dei suoi opinion leader, la medesima avidità e disonestà (almeno professionale) di alcuni manager, l’identica scempiaggine del parco buoi di aspiranti Gordon Gekko, la sconcertante debolezza dei sistemi di supervisione e vigilanza.
E ciò si è ripresentato nonostante siano state nel frattempo scritte migliaia di nuove pagine di regole, imposte decine di nuove funzioni organizzative, affermate sofisticate modalità di automazione nei controlli dei dati e delle procedure a tutte le banche nel mondo, o quasi.

Tra pochi giorni uscirà, edito da Altreconomia, “Money for Nothing”, un volumetto curato insieme a Dario Carrera, frutto dell’omonimo ciclo di incontri svoltisi nel corso del 2022. Costruito per evidenziare come la finanza, dopo tanto parlare, è tornata ad inseguire i soldi per i soldi, senza preoccuparsi affatto di usarli al meglio per l’economia reale, le persone e l’ambiente, è stato pensato soprattutto per alfabetizzare, per spiegare ai non esperti perché occuparsi di finanza sia importante, e motivare a farlo.
Ci è capitato di pensare nelle settimane passate, rileggendo le bozze, che i toni degli interventi siano marcati di un eccessivo pessimismo. Che non è vero che la finanza non ha fatto progressi. 
I fatti della SVB ci aprono (nuovamente) gli occhi. E fanno sospettare che il pubblico di “Money for Nothing” non debba essere solo quello dei non addetti ai lavori.


pubblicato su Sbilanciamoci! il 14 marzo 2023

Ecco il “conto crime”. I segreti della finanza globale

Otto trilioni di euro, o quasi. Il dodici per cento del Pil mondiale. È quanto le banche svizzere conservano nei propri conti. Denaro protetto da una storico e paradigmatico segreto bancario, quello svizzero appunto. Che resta assai “più segreto” che negli altri paesi, nonostante le tante pressioni dell’opinione pubblica e le richieste di Unione Europea e istituzioni internazionali alla maggior collaborazione e trasparenza.

Non poteva pertanto che chiamarsi Suisse Secrets l’importante inchiesta giornalistica su quanto celano i conti di una delle primarie banche elvetiche, il Credit Suisse, seconda banca del paese (la prima è UBS), che gestisce un quarto dei citati otto trilioni. 

Soldi per niente

Il mondo galleggia sopra tanti soldi. Mai nella storia, da oriente ad occidente, soprattutto nell’emisfero settentrionale, il livello di risorse finanziarie disponibili è stato così alto.


Il debito globale, calcolato tenendo assieme quello dei governi, delle imprese e delle persone (o famiglie), è arrivato a pesare il 260% del Prodotto interno lordo (Pil) mondiale. Era al 100% nel 1970: per ogni euro (o dollaro) di produzione di beni e servizi, c’era una quantità equivalente di indebitamento; oggi è oltre due volte e mezza. In termini assoluti parliamo di circa 166 trilioni di dollari di debito mondiale, ossia 145 mila miliardi di euro.

Quale finanza per una vera transizione ecologica

Già oltre 50 anni fa, guidato da sensibilità artistica e fine intelletto, Pier Paolo Pasolini proponeva la necessità di distinguere tra progresso e sviluppo. Lo seguirono poco dopo gli scienziati del Club di Roma, mostrando per la prima volta al mondo i limiti del dogma della crescita economica. Passato un quarto di secolo, Wolfgang Sachs e il Wuppertal Institute rappresentarono al meglio tutte le interazioni tra mercati, scelte degli Stati, stili di vita individuali e i loro effetti in termini di carico sulle risorse naturali, di impronta ecologica, di conseguenze sociali ed economiche. In tanti poi, studiosi, attivisti, divulgatori, di diverse discipline, hanno fornito il loro contributo: da Herman Daily a Lester Brown, da Vandana Shiva a Saskia Sassen, per citarne alcuni. Cinque decenni di un messaggio chiaro: occorre ridefinire il modello estrattivo di produzione e scambio per impostarne uno rigenerativo, equilibrato, giusto nel presente e nel futuro, verso le prossime generazioni. 

Una nuova finanza è possibile (e già esiste)

Prologo (o del cattivo banchiere)

Nel 1521 ad Augusta, sud della Germania, sorse il primo insediamento al mondo di ciò che oggi chiameremmo social housing o edilizia popolare. Il centro abitativo, denominato “Fuggerei”, è ancora funzionante, è diventato nel frattempo rinomata meta turistica, ospita circa 150 nuclei familiari e nei secoli vi hanno vissuto decine di migliaia di persone (tra le quali anche Franz Mozart, bisnonno di Wolfgang Amadeus). Jacob Fugger, da molti considerato il più ricco e potente banchiere di tutti i tempi (dopo di lui Rockefeller e Carnegie), lo finanziò interamente con proprie risorse, nel malcelato tentativo di mitigare la rabbia sociale montante nei confronti suoi e dell’intero sistema di potere dell’epoca. Uno dei business più odiosi di Fugger, infatti, era il finanziamento delle compravendite di indulgenze e cariche ecclesiastiche e ciò lo aveva reso particolare bersaglio delle invettive di Martin Lutero e altri riformatori del tempo.

La finanza globale balla sul Titanic

La finanza è malata da tempo. La crisi iniziata nel 2007, vent’anni dopo il Gordon Gekko di Oliver Stone (o, se preferite, 21 dopo il John Gray di Adrian Lyne), non ha prodotto significativi cambiamenti. Il Wall Street Journal, non Sbilanciamoci!, ha dedicato nel 2018 una efficace infografica ai problemi irrisolti a un decennio dalla grande crisi: dalla concentrazione del mercato alla remunerazione dei manager, dalle cosiddette porte girevoli (tra banche e vigilanza, tra vigilanza e banche) alla finanziarizzazione sempre più profonda dell’economia reale (ad esempio il mercato Usa degli immobili in affitto).

Una pensione capace di futuro

Il futuro che ci aspetta dipende dalle scelte che faremo. Vale per la epocale e globale questione ambientale, per le diseguaglianze sociali, e vale anche per la nazionale e relativamente più piccola (ma spinosa) questione previdenziale. Entrambe, in qualche modo, ci interrogano rispetto alla visione e alla coerenza che sapremo mettere in campo nell’investire le risorse di oggi.
Affrontando insieme questi temi, disegnando un unico organico approccio ai rapporti intergenerazionali e al futuro da costruire, previdenza e capacità di sopravvivenza del pianeta (e dei legami sociali) si scoprono perciò intimamente connesse.

Un vero Green New Deal passa per la finanza

Lo stato della finanza
Il Wall Street Journal, non il blog di una cricca radical, ha dedicato nel 2018 un’efficace infografica allo stato della finanza a dieci anni dalla grande crisi, per evidenziare quanto ancora profondi siano alcuni problemi cruciali: dalla concentrazione del mercato alla remunerazione dei manager, dalle cosiddette porte girevoli (tra banche e vigilanza, tra vigilanza e banche) alla finanziarizzazione sempre più profonda dell’economia reale (es. il mercato Usa degli immobili in affitto). Lo trovate qui.

I blockchain in nome di una finanza etica

La Banca Mondiale stima che, nel 2017, il 69% della popolazione globale, pari a 3,8 miliardi di persone, aveva un conto presso un’istituzione finanziaria o un provider di servizi mobile. Con un aumento di 7 punti percentuali dal 2014. In questo periodo, più di mezzo miliardo di persone ha aperto un conto, spesso via telefono cellulare. Solo in Africa, tra il 2014 e il 2017, sono stati più di 70 milioni di adulti.

Dal blockchain alla finanza etica

Il mondo delle criptovalute, dalla antesignana Bitcoin al possibile, ma non probabile, lancio di Libra da parte di Zuckerberg, e le comunità della blockchain. Quale sarà il loro sviluppo, l’ impatto sulle banche e che tipo di opportunità possono rappresentare.
Articolo apparso su Sbilanciamoci.info in data 1 luglio 2019

DLT, blockchain e Bitcoin
Come tutte le innovazioni, e in particolare quelle che nascono dal basso, anche la Distributed Ledger Technology (DLT, tecnologia dei registri distribuiti, o diffusi), di cui la blockchain è specifica declinazione, ha un grande potenziale libertario di (i) democratizzazione e (ii) redistribuzione del potere, nel caso specifico con riferimento alle modalità di accesso al web, ai suoi mercati, alle transazioni che – sempre più copiose – esso ospita e determina.
In estrema sintesi e semplificazione, la tecnologia blockchain consente di dare certezza, sicurezza, controllo diffuso allo scambio di informazioni che girano sul web, generando così un sistema autogestito, in cui chiunque in teoria può entrare, che non necessita di autorità – pubbliche o private – delegate a supervisionarne processi e modalità di funzionamento.
Il mondo si è accorto dieci anni fa di questa concreta applicazione ai processi digitali dell’utopia anarchica, con la nascita del Bitcoin, criptovaluta che è parte integrante (la più famosa e rilevante, tra le molte) della logica blockchain. E subito dopo si è trovato ad interrogarsi se, come già accaduto in passato per altrettanto ottime idee dalle altrettanto ottime intenzioni, non si stia mettendo tale dirompente potenziale al servizio solo (o soprattutto) di loschi traffici e oscure community.
Il Bitcoin è un vero e proprio asset digitale non replicabile, un “nuovo oro” dice qualcuno con molta enfasi, che corre parallelo ai circuiti economici ufficiali, ed è così inevitabile che eserciti potente forza di attrazione su chi – al meglio – è alla ricerca di facili e veloci profitti e – al peggio – si mescola con attività illegali o criminali.
Ma le criptovalute sono anche molto di più: 35 milioni di utenti unici (e verificati) non possono essere tutti speculatori o parte di una gang del narcotraffico…
I dubbi (e le preoccupazioni) delle autorità
Non è questa la sede per approfondire se e quando (e quanto) le criptovalute potranno diventare vera e propria moneta. Al di là della bolla mediatica prodotta da Libra, il progetto di Facebook, di cui tanto ancora si deve comprendere, sono molti i dubbi sulla natura di questi strumenti, di tipo funzionale prima ancora che giuridico. Secondo un recente studio di Banca d’Italia1:
  • non soddisfano la definizione di attività finanziaria in quanto non forniscono, ad esempio, al possessore un diritto contrattuale a ricevere disponibilità liquide o un’altra attività finanziaria da un’altra entità;
  • l’elevata volatilità di prezzo non le rende equivalenti alle attività liquide simili a “moneta”;
  • quelle convertibili a tasso di cambio fluttuante non hanno le caratteristiche della moneta legale (“fiat money”), in primo luogo il potere liberatorio.
Tali considerazioni non hanno comunque impedito al Comitato di Basilea, recentemente, di inserire le cripto-valute tra le informazioni che le banche devono monitorare e presidiare nell’ambito dei rischi di mercato, di credito, di controparte e di liquidità2.
Dalle criptovalute agli smart contract
Dopo pochi anni dall’arrivo del Bitcoin nasce Ethereum, declinazione ben più ampia delle potenzialità delle DLT. Ethereum, infatti, non solo ha una sua criptovaluta (che si chiama Ether) ma a differenza del “banale” processo sottostante i Bitcoin, rappresenta anche un vero e proprio ambiente virtuale o convenzionale, una piattaforma di scambio da cui possono generarsi (e appunto essere transati) pacchetti di dati criptati (chiamati token), non modificabili, personalizzabili, scambiabili all’interno di sotto insiemi o sotto ambienti programmati per gli usi più diversi, i c.d. DAPPS (decentralized applications).
Questa architettura costituisce la base su cui costruire e far sviluppare gli smart-contract, ossia sistemi del tutto digitali e massimamente affidabili di scambio e negoziazione: se tutto andrà secondo le previsioni dei più fiduciosi, ciò decreterà la fine dei notai, dei catasti, delle anagrafe pubbliche e…tanto altro3.
L’esplosione delle ICO
La storia di Ethereum è emblematica del mondo blockchain anche per come nasce e si finanzia: attraverso una Initial Coin Offering (c.d. ICO) sono stati raccolti in modalità crowd – ossia in modo del tutto libero e distribuito sul web – circa 18,5 milioni di dollari (espressi in Bitcoin: 31.500 alla quotazione del settembre 2014), che hanno consentito tra 2014 e 2015 di coprirne i costi di sviluppo.
Oggi le ICO sono un processo ordinario di finanziamento di progetti di sviluppo in ambito blockchain, laddove sintetizzano i meccanismi di rappresentazione (prima) e accumulazione (dopo) del valore (potenziale o attuale) dell’iniziativa, mentre per quanto detto il meccanismo transazioniale è costituito dai token, e la “contabilità” di tutto è (appunto) la blockchain, o DLT. Ogni giorno vi è qualche ICO aperta, per i fini più disparati: giochi, sanità, sistemi di pagamento, investimenti, monete alternative, ecc4.
Consumo energetico e governance dietro le DLT
Non va sottovalutato il tema “energetico” connesso a tutto il funzionamento delle “catene” dei singoli algoritmi che determinano i “blocchi” crittografati5. Secondo un recente studio dell’Università di Cambridge, il consumo energetico annuo collegato a blockchain e criptovalute è tra 52 e 111 TWh, considerando che 82TWh è l’equivalente del consumo energetico del Belgio e rappresenta meno dello 0,01% del consumo energetico globale annuo6.
Nessuno ha mai fatto un calcolo di tale saldo saldo al netto dell’energia liberata: basti pensare alla carta non stampata, al mancato spostamento fisico di cose e persone, alla maggiore efficienza di ogni transazione a livello globale.
La valutazione del tutto intuitiva – e che pertanto lascia il tempo che trova – di chi scrive è che tale saldo possa essere positivo per l’umanità e il pianeta.
Vero è che l’impatto del processo computazionale, sempre più dispendioso col crescere del network globale di funzionamento della blockchain, sembra porre invece temi rilevanti in termini di governance. Infatti, il crescente costo delle attività di calcolo (l’estrazione di dati) ha portato alla nascita di forme di “cartelli” (pool) tra operatori, al fine di raggiungere economie di scala, così da determinare il rischio che pochi soggetti a livello globale ne detengano una rilevante quota, cosa che sarebbe in palese contrasto con la stessa filosofia alla base di ogni DLT. Secondo il citato studio della Università di Cambridge, però, tale eventualità appare sopravvalutata e l’attività di estrazione (mining) è in realtà meno concentrata di quanto percepito.
La scelta di Facebook di porre la propria criptovaluta in mano ad un trust nonprofit pare voler rispondere proprio a questo tipo di preoccupazioni, più che legittime se invece di un cartello di anonimi miners ci si trova davanti ad una delle aziende più potenti del mondo, ma rischia di non essere sufficiente a rassicurare le autorità mondiali, oltre che certamente scontentare le community blockchain per la chiara (e un po’ arrogante) violazione della visione sociale sottostante le DLT7.
L’impatto sulla finanza
L’impatto della tecnologia DLT sarà evidentemente significativo per il mondo delle banche e della finanza, e si inserisce in una fase storica in cui già, dopo la grande crisi finanziaria globale del 2008, tutta l’industria bancaria è fortemente ingaggiata in un permanente cambio di paradigmi organizzativi e tecnologici. Chiudono le filiali, si globalizzano i mercati, si moltiplicano le forme di interazione a distanza con il cliente, nuovi player iper-specializzati entrano nel mercato, offrendo sub-segmenti di servizi un tempo tipici delle banche (i pagamenti, gli investimenti, il credito, o loro ancora più specifiche declinazioni).
Il caso dell’Italia è emblematico.
Le banche della penisola hanno speso nel corso del 2017 (ultimo anno disponibile) circa 4,5 miliardi di euro per investimenti e ammortamenti in ambito tecnologico. Si tratta di una spesa fortemente in crescita (+5,7% su base annua).8
Esaminando la ripartizione di tali costi per aree funzionali, si nota che circa la metà (46,9%) è assorbita dai processi di Operations, a conferma di quanto rilevato per i precedenti esercizi, in ulteriore lieve crescita; seguono i Processi di supporto (23%) e i Processi di marketing, commerciali e customer service (20,2%) e i Processi di governo (9,9%).
Ne consegue che oggi le banche italiane spendono più di 2 miliardi di euro l’anno (ossia più dello 0,1% del Prodotto interno lordo) per garantire le loro funzionalità basiche: bonifici, finanziamenti, gestione conti correnti, ecc.
Proprio questo appare il principale spazio di (potenziale) intersezione tra le esigenze crescenti di ridurre tali costi, nella necessità di accrescere la marginalità sempre più ridotta dalla curva piatta dei tassi (e dalla feroce concorrenza), e le opzioni di sperimentazione nell’ambito blockchain da parte dell’industria bancaria.
Alcuni tra i più grandi operatori di mercato hanno previsto (ormai 3 anni fa) le prime sperimentazioni in 2-3 anni (in ambiti semplici e bilaterali, come i pagamenti internazionali), dopo altri 5 anni i primi casi più complessi (con più attori, come la finanza) ed entro i 10 successivi una operatività quasi piena (o almeno potenzialmente tale) basata su tecnologie blockchain9.
Considerata la velocità con cui negli ultimi anni le tecnologie si sono affermate, c’è da scommettere che se il blockchain avrà un futuro nell’industria bancaria, sarà con tempi più rapidi di questi. E sarà su scala globale.
Le opportunità per un mercato dei servizi bancari più plurale
Difficile fare previsioni. La fase è veramente dirompente. E ricca di opportunità.
Per il miglioramento dei servizi, una più ampia accessibilità dell’offerta, la sicurezza delle transazioni, per l’intero mercato.
Ma anche per un particolare aspetto di rilievo, significativo ai fini del pluralismo delle forme e della concorrenza bancaria. Si tratta del contenimento degli oligopoli informatici. Infatti, il peso crescente delle nuove tecnologie, come visto, condiziona ogni scelta strategica e operativa delle banche. Avere il controllo della leva tecnologica è dunque cruciale per mantenere autonomia progettuale e capacità competitiva in mercati sempre più rapidi e interconnessi.
Per le piccole banche questo significa spesso essere tagliate fuori dalle principali opportunità, perché costrette a contare su outsourcer molto più grandi di loro, che impongono tempi e condizioni dello sviluppo (e a volte sono anche in conflitto di interesse perché controllati o influenzati da banche concorrenti).
Ciò vale a livello paese (banche locali che tendono a sparire) e a livello internazionale (reti di banche che tendono a consolidarsi).
Per quanto concerne l’Italia basti pensare a quanto angusti siano in prospettiva gli spazi di mercato tra riforma del credito cooperativo (300 operatori ridotti a…3), crisi del modello di banca popolare (fallimento delle venete, Etruria, la crisi di Bari….e obbligo normativo di trasformazione in Spa per quelle con attivo superiore a 8 miliardi, che continuerà a portare a fusioni e concentrazioni “di diritto”), cattiva gestione di alcune vecchie banche pubbliche ora con poca o nulla prospettiva (dal Monte Paschi di Siena alla Cassa di risparmio di Genova).
Il tema, come è ovvio (o dovrebbe essere) data la natura del credito, non riguarda solo le banche come imprese, ma coinvolge seriamente prospettive di sviluppo del paese e capacità di gestire in modo efficace il risparmio delle famiglie.
Gli studi di Banca Etica registrano già oggi la vasta area di esclusione finanziaria che affligge l’Italia (in rapporto agli altri europei) e, al suo interno, molte regioni e territori10. Le citate dinamiche di grande concentrazione del settore, che vanno a colpire proprio le banche più prossime ai territori e alle fasce di clientela più vulnerabili (che attraversano ormai tutto il corpo sociale e imprenditoriale), portando alla riduzione del loro presidio diretto, potrebbero esasperare ulteriormente il problema dell’accesso ai servizi finanziari e in particolare al credito.
Il potenziale delle nuove tecnologie in tal senso sarà fondamentale. E potrà giocare un ruolo mitigante o accelerante tali squilibri. Si pensi al caso delle rimesse, i cui costi sono ancora incredibilmente alti nonostante le tante dirompenti innovazioni tecnologiche degli ultimi anni. Bisogna trovare il modo, efficiente e sicuro, di utilizzare le DLT per offrire servizi a basso costo a chiunque voglia trasferire denaro nel mondo11.
Dal punto di vista della finanza etica, perciò, è evidente che la partita si giocherà nello scontro tra i big della tecnologia globale (Google, Amazon, Facebook, ecc.) e le nuove forme di pluralismo e proprietà distribuita dei mezzi di produzione, gestione, e trasferimento delle informazioni. Ad oggi, le DLT rappresentano la principale speranza, per quanto ancora utopistica e vulnerabile, perché le cose vadano nella giusta direzione.
Come sempre, nelle innovazioni che nascono dal basso, occorrerà unire le forze – sociali, cooperative, liberali – per ottenere risultati apprezzabili.
1  Aspetti economici e regolamentari delle «cripto-attività», Andrea Caponera e Carlo Gola, QEF della Banca d’Italia, numero 484, marzo 2019:
2  Instruction for Basel III monitoring, Basel Committee on Banking Supervision, febbraio 2019.
Distributed ledger technology in payment, clearing and settlement, Committee on Payments and Market Infrastructures, Bank for International Settlements, febbraio 2017, https://www.bis.org/cpmi/publ/d157.pdf.
3  Per una panoramica del mondo Ethereum può essere utile l’omonima pagina di Wikipedia (https://it.m.wikipedia.org/wiki/Ethereum), mentre chi vuole approfondire può consultare la vasta e ben fatta guida disponibile in blockgeeks: https://blockgeeks.com/guides/ethereum-token/.
4  Si rimanda nuovamente a Wikipedia per una definizione di ICO:https://it.m.wikipedia.org/wiki/Initial_coin_offering. Mentre per seguirne il “mercato” si consiglia, tra i tanti, questo portale: https://www.icotokennews.com.
5  Tra i tanti articoli che affrontano il punto, si veda questo di Andrea Baranes: https://valori.it/bitcoin-la-bolla-finanziaria-problema-minore/.
6  2nd Global Cryptoasset Benchmarking Study, Cambridge Centre for Alternative Finance, University of Cambridge, dicembre 2018:
7  Tra le letture più cupe del progetto Libra vi è quella dell’Economist, addirittura giunto ad ipotizzare che potrebbe essere questa l’iniziativa fatale per Mark Zuckerberg: Coin flip, 20 giugno 2019:https://www.economist.com/business/2019/06/20/facebook-wants-to-create-a-worldwide-digital-currency.
8  Dati tratti dal rapporto CIPA-ABI, Rilevazione sull’IT nel sistema bancario italiano. Profili economici e organizzativi. Esercizio 2017, dicembre 2018:
9  Si vedano gli atti al convegno della Banca d’Italia “La tecnologia blockchain: nuove prospettive per i mercati finanziari” del giugno 2016:
10  L’esclusione finanziaria in Italia: dinamica e determinanti del fenomeno nel periodo 2012-2016, Studio a cura di Banca Etica, novembre 2018:
11  Esistono già delle sperimentazioni, che sorprendentemente non “scalano” come ci si attenderebbe. Cfr. tra gli altri Paolo Tasca, Beyond Digital Currencies Alternative Blockchain Applications, giugno 2016:https://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/altri-atti-convegni/2016-tecnologia-blockchain/Pres_Univ_Tasca_pdf.pdf.

Finanza e genocidio, ovvero dell'orrore di BNP in Darfur (Sudan)


Le lezioni sgradite sono difficili da mandar giù. Se riguardano la finanza evidentemente di più. Sarà per questo che governi, autorità di vigilanza e i tanti regulators al lavoro dal 2008, quando la crisi finanziaria esplose in tutta la sua virulenza, ancora non sono riusciti a incidere sui problemi nodali dei mercati finanziari globali.

Oggi la peggior finanza è tornata a spadroneggiare: volumi delle transazioni in derivati ai massimi storici, profitti a due cifre per le banche d’affari globali, credito all’economia reale fermo. Una finanza che dimostra ogni giorno di più di essere senza limiti. In tutti i sensi. 

Inchiesta sulla finanza d'impatto (impact finance). Quarta (e ultima) puntata



Nel giugno 2013 il Primo Ministro inglese David Cameron ha annunciato la nascita della Social Impact Investment Task Force all’interno del G8, il cui obiettivo sarebbe catalizzare lo sviluppo del mercato degli investimenti ad impatto sociale[1]

La Task Force è guidata da Sir Ronald Cohen, Presidente di Big Society Capital (BSC).

Quest’ultima è la banca creata da Cameron come polmone finanziario delle sue iniziative sulla Big Society, ossia di quello che è stato il principale messaggio conservatore della campagna elettorale poi vinta dal premier inglese nel 2010.