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A Genova c’ero anch’io (per fortuna)

Genova 2001. Io c’ero. E forse basta così. Non so aggiungere granché a ciò che lucidamente hanno già scritto in tanti: Lorenzo Guadagnucci sulla cronaca e la verità ancora mancante; Alessandro Leogrande sul seme mai germogliato; Giulio Marcon sulle lezioni di quel movimento e le paure di chi lo ha bloccato; Luca Martinelli sui mille percorsi che portarono a quelle strade; Giulia Testa sull’importanza di Genova per chi non c’era o non era nato. Solo per citarne alcuni.

Si scrive su quelle giornate per sete di giustizia, per uscire dalla solitudine del trauma, per condividere e dare piena credibilità ai racconti che per anni - ai più - sono sembrati impossibili o inverosimili.

A che serve il terzo settore

Da sempre, le strategie di resistenza e di risposta alle diseguaglianze generate dal capitalismo si sono tradotte anche nella costruzione di modelli economici alternativi, sia nel senso della produzione, sia del consumo e, nei casi più radicali, perfino dello scambio. La scelta di sperimentare vie diverse e innovative nelle prassi sociali si è così trasformata in attuazione di esperienze economiche originali, spesso antagoniste al sistema dominante.

Oggi, i popoli di Seattle non possono fare a meno di guardare a questi soggetti, che la storia ha arricchito di diversità e complessità, come a dei compagni di strada che, seppur tra mille differenze, possono rafforzarne e accrescerne la capacità di incidere sulla società e sull’economia, nell’obiettivo comune di cambiare i paradigmi dominanti e mostrare che alternative esistono e sono praticabili da subito.

Il termine che viene più di frequente utilizzato per definire questa parte di movimenti sociali, la loro componente economicamente significativa, è “terzo settore”. Con ciò si allude, appunto, ad una alterità rispetto a mercato e stato, ad una originalità di forme organizzative e produttive e ad una mission che non è la massimizzazione del profitto ma la più ampia efficacia sociale. 

Il fenomeno ha profonde radici storiche, che affondano nelle esperienze sociali di famiglie religiose, culturali e politiche, quali la tradizione del movimento operaio e del solidarismo cattolico (soprattutto in Italia) o quella di vaste minoranze laiche e religiose.



di Alessandro Messina
per LIMES. I popoli di Seattle, giugno 2001

Servizio civile: nulla da obiettare?

82.000 domande previste per il 1999, più di 4.800 enti convenzionati per l’assegnazione degli obiettori, 27 milioni di ore annuali prestate in un anno, un risparmio per lo stato calcolato in 680 miliardi di lire. Sono i numeri del servizio civile in Italia: un fenomeno in costante crescita da anni - rappresenta ormai quasi il 40% della “leva” complessiva - che si trova, però, negli ultimi mesi in una situazione di paradossale crisi. 

Dopo il passaggio dalla leva obbligatoria all’esercito di professionisti, infatti, il servizio civile ha scoperto di essere stato sempre interpretato dalla classe politica come mera azione di obiezione di coscienza e dunque, venuto ormai meno l’oggetto del rifiuto, si ritrova ora relegato a un ruolo marginale delle politiche pubbliche e formative. Non che prima la situazione fosse gran che migliore.